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                                                                          Bellaria, 18 Novembre 2021

 

La strategia dell'attesa

 

Quinto Fabio Massimo è stato un politico e militare romano. Viene definito il Temporeggiatore poiché nella lotta contro Annibale adottò una strategia attendista e di logoramento che lo portò al successo finale nonostante alcune sconfitte intermedie. Da lui prende nome il movimento britannico di stampo socialdemocratico chiamato fabianesimo (o fabianismo) che fa capo alla Fabian Society, organizzazione semisegreta influenzata dalla poco scientifica Teosofia e con probabili rapporti segreti con altre entità analoghe, fondata in Inghilterra il 4 gennaio del 1884 allo scopo di riorganizzare la società su basi socialiste attraverso un complesso esteso di fondazioni, scuole e università. Dalle mie ricerche risulta che la Fabian Society sia permeata all'interno di importanti atenei come Oxford e Cambridge. Successivamente, con Sidney Webb, prese vita una nuova università a Londra destinata a diventare la più importante scuola d'ispirazione marxista dell'Inghilterra nei cui propositi è previsto un passaggio graduale dal capitalismo a un sistema che mira alla socializzazione dell'industria attraverso agenzie politiche ed economiche ben controllate. Sotto l'ala della Fabian Society, considerata tra i pilastri del Nuovo Ordine Mondiale e il cui motto è «Quando colpisco, colpisco duro» (suoi simboli sono una tartaruga e un lupo travestito da agnello!), prospera la London School of Economics da cui sono usciti politici e imprenditori di successo anche italiani. Tra questi citiamo Romano Prodi, Carlo Cottarelli (ex direttore del FMI) e l'attuale Ministro della Salute Roberto Speranza. Hanno frequentato le aule della «London» in qualità di relatori Mario Monti, Massimo D'Alema e numerose altre personalità di spicco che hanno influito molto sulla politica e sul cambiamento sociale in Italia. Nel personale dell'Istituto, e tra i suoi ex allievi, sono inclusi più di 50 capi di stato e di governo (ex o in attività), compresi il canadese Pierre Trudeau e diversi membri dell'amministrazione Obama, nonché un elevato numero di personaggi come lo speculatore internazionale Soros, Christiana Figueres (segretaria esecutiva della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici dal 2010 al 2016) e altre figure di rilievo in ambito ONU. Anche numerosi magnati del business internazionale e più di una quindicina di premi Nobel vengono dalla LSE.

I «fabiani» sono descritti come personaggi freddi e molto colti. Si dice che sia nella loro mentalità considerare «inutili» i cittadini che non producono per lo Stato. Il motto che li anima è «Cambiare tutto per non cambiare niente», ma di fatto nella fase finale della loro guerra silenziosa contro il nemico di turno hanno in serbo una «zampata» cruenta e risolutiva!

Tra i fabiani critici annoveriamo George Orwell, che con il suo romanzo «1984», oggi tornato di grande interesse per ovvi motivi, sembrò voler avvisare il mondo riguardo a possibili futuri scenari distopici. Orwell definiva «radical chic» i compagni di movimento per la loro manifesta insofferenza verso i poveri e i diseredati «meritevoli» soltanto di essere ingannati e li considerava «progressisti amanti della dittatura». Del resto lo scrittore George Bernard Shaw, altro celebre «fabiano», apprezzava i dittatori primo novecenteschi, da Stalin a Hitler passando per Mussolini! Wells e Shaw definivano il fabianesimo «il nuovo oppio dei popoli». Secondo Wells «lo Stato diventa come dio e poche centinaia di persone hanno il dovere di usare l'eugenetica e di sanzionare la gente non perché criminale ma perché non produce né benefici né valore per lo Stato». Ovviamente anche Wells apparteneva al movimento.

Se pensiamo per un attimo al presente, viene da credere che questa gente stia scorrazzando in maniera preoccupante all'interno delle nuove «società senza forma»! E proprio tale mancanza di forma può essere il necessario presupposto per definire nuovi schemi e nuove regole ad uso e consumo di questi signori...

Come si diceva, il fabianesimo usa una tattica attendista fatta di pazienza, di alti e bassi, di vittorie e sconfitte, per poi colpire duro quando il nemico è più debole culturalmente, socialmente ed economicamente. Allora, se osserviamo per un attimo la foga con cui la «non politica» internazionale di oggi si attiva al fine di erodere la civiltà dei popoli, non ci sarà difficile collegare i punti: il disegno che ne deriverà sarà esattamente quello a suo tempo progettato dagli artefici del N.W.O.

Un disegno così importante, per definire il quale il termine «epocale» è del tutto eufemistico, aveva bisogno di una rete sotterranea di associazioni segrete e semisegrete intersecate tra loro, con personaggi che partecipavano e in alcuni casi ancora partecipano a incontri ora di questa, ora di quella Congrega, come l'ex premier inglese Tony Blair che spaziava tra Fabian Society, Bilderberg e chissà quale altra organizzazione sotterranea. Tony Blair, come Clinton e lo stesso Solana (sempre onnipresente al Meeting CL di Rimini) partecipò ai moti del sessantotto all'insegna di un pacifismo «ultra» già proteso verso un Nuovo Ordine planetario, quello che cominciamo a scorgere piuttosto nitidamente, con l'aggravante di una Cina nel frattempo esplosa dal punto di vista tecnologico ed economico (purtroppo ancora arretrata dal punto di vista dei diritti umani), tanto da far temere una sua supremazia a livello planetario con conseguenze davvero tristi per noi tutti. Cosa che in parte è già nei fatti se consideriamo certi provvedimenti antidemocratici come l'obbligo vaccinale e il green pass con tutte le criticità e le divisioni che stanno comportando a livello sociale.

Perfino il RIIA e il CFR, Istituti per gli Affari Internazionali (inglese il primo, statunitense il secondo), veri e propri «governi ombra» a quanto si dice, si ispirano nei loro contenuti alla Fabian Society e da tempo lavorano nell'ombra per realizzare

una sintesi tra capitalismo e socialismo. Una sintesi che già da tempo è stata raggiunta, per esempio, nel calcio e nella musica Rock, quindi all'interno di realtà ludiche che hanno rappresentato provvidenziali veicoli di trasmissione di idee sballate, sull'onda di un entusiasmo popolare sollevato da atleti e musicisti di talento. Senza nulla togliere allo sport. E all'arte laddove se ne riscontri la presenza. Come sempre esistono diverse chiavi di lettura: quella più semplice e diretta è propria del gregge che si nutre di «pane e circensi»; quella più elevata è riservata ai burattinai che lavorando silenziosamente scavano i solchi dentro i quali dovranno barcamenarsi le società future.

Ritengo sia emblematico il caso delle curve infuocate che negli stadi di calcio legittimano uno «schema» da un lato caratterizzato da «pochi eletti» (nel caso specifico i giocatori giovani e milionari ma spesso incolti e i rispettivi staff dirigenziali), dall'altro da una massa informe (il gregge) divisa in tifoserie accanite e in perenne conflitto tra loro. Una sorta di rappresentazione teatrale della società moderna con le sue notevoli contraddizioni, studiata a tavolino da chi ha pensato bene di sfruttare la passione sportiva dei tifosi e il loro bisogno di trovare un minimo di sollievo alle durezze della vita quotidiana all'interno di un momento catartico che dura il tempo d'una partita di calcio, per «legittimare» l'idea di una divisione netta della società tra pochi eletti e tutti gli altri.

E non è facile dimenticare le immense folle sessantottine che andavano in delirio per certi personaggi venduti al capitalismo attraverso i loro impresari e certe «agenzie cuscinetto», come quelle che fanno da filtro tra facoltosi personaggi del Deep State e i produttori di Hollywood. Personaggi del rock che sui palcoscenici del mondo sostenevano più o meno indirettamente la causa delle multinazionali della droga impugnando temi sociali di facile presa. Difficile dimenticare la battuta di un beatle la cui preoccupazione alla vigilia di una nuova prestazione era quella di aggiungere una bella piscina alla sua villa (immagino sfarzosa!). Impossibile dimenticare il mobbing subito dal primo chitarrista degli attuali «nonni volanti con la mano sempre nei coglioni» (leggasi Rolling Stones), poi estromesso dal gruppo solo perché voleva esprimersi spontaneamente e non sotto dettami imposti dall'impresario di turno. Curioso che Mich Jagger, leader dello storico complesso, sia stato allievo della LSE. Difficile non pensare che anche la controcultura di quegli anni non abbia rappresentato un passaggio importante verso la costituzione di un Governo Unico Mondiale di cui cominciamo a sentire la puzza insopportabile! Non a caso le strategie adottate per raggiungere la meta hanno fatto leva sull'ipocrisia e sulla semplicità di un gregge sempre al pascolo verde dell'ignoranza...

Tornando a noi, i bocconiani all'inglese della London School of Economics hanno fatto propri i principi dell'organizzazione madre secondo cui i «buoni» della terra sono i super ricchi alla Bezos, Musk e Gates: loro possono permettersi di tenere sotto controllo le genti ed hanno nelle parole chiave «tecnologia, inclusione, eugenetica» il proprio riferimento. Quanta filantropia! Si parla di un «progetto» ormai dichiarato: quello di forgiare «una nuova realtà». Un'impresa ciclopica ben rappresentata in un'immagine a colori di stampo medievale visibile all'interno della sede LSE: sotto il mondo «percosso», di un colore rosso incandescente, qualcuno prega con devozione.

Non dimentichiamo che dalla London School of Economics sono giunte voci più che inquietanti sul futuro della nostra povera Italia tutt'altro che desta. Queste «voci» andrebbero prese sul serio poiché giungono da un'Istituzione che rappresenta il potere vero. Figlia, come si è detto, di quella Fabian Society che ha partorito molti uomini influenti. Uomini che ancora oggi, come in passato, condizionano in maniera considerevole le sorti del mondo.

 

1 - Tra 10 anni l'Italia non esisterà più;

 

2 - Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all'Italia come un caso perfetto di Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent'anni in una condizione di desertificazione economica.

 

3 - Il 15% del settore manufatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse.

 

4 - La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l'apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dall'Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori.

 

5 - L'Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile.

 

6 - La scomparsa dell'Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia Orientale.

 

7 - L'Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale.

 

8 - L'illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è di credere che il Presidente, la Banca d'Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese.

 

I fondatori dello Stato italiano avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l'Italia a questa posizione centrale di potenza culturale ed economica all'interno del mondo occidentale.

 

In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato.

 

                                                                              Davide Crociati

 

 

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