davidecrociatidibellaria
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                               Profondo tedio

Quando attorno al desco imbandito la discussione si faceva un po’ troppo spigolosa, mio nonno Alessandro diceva sempre: “Qui c’è un matto e non si sa chi è…” Forse per dire che eravamo tutti pazzi?
Sono lontani gli anni in cui io e i miei fratelli aspettavamo con ansia una nuova puntata de “La nonna del corsaro nero” mentre sulla stufa di ghisa “Crosan” fumavano le piadine preparate da nonna Marcella (che ogni tanto si vantava di avere cucinato per “quel pacioccone di Giovanni Pascoli”); e sembrano preistoria le serate in cui squacquerone ed erbe di campo farcivano le piadine calde mentre “I ragazzi di padre Tobia” e il balbettante Giacinto s’impegnavano nella risoluzione di qualche mistero in bianco e nero. Ricordo anche che in famiglia si ripeteva spesso una frase incomprensibile per noi fanciulli: “se l’Italia andrà avanti così, prima o poi…
Oggi, sulla tavola super imbandita ma forse priva di quell’antica magia, le piadine romagnole sembrano avere perso gran parte del gusto originale, mentre in tv i telegiornali finiscono regolarmente in gossip e i talk show in rissa. Si ha la sgradevole sensazione che l’unica forza rimastaci sia quella d'inerzia, e che esauritasi l’energia residua ci aspetti solo il ristagno con ciò che eventualmente potrà significare a livello di tensioni sociali (già oggi a livelli preoccupanti, per quanto la cosa non sia molto visibile). E la tv dei ragazzi non c’è più: forse ai nostri adolescenti abbiamo imposto un’improbabile maturità precoce, e lo abbiamo fatto perché educarli è difficile e toglie tempo al divertimento da adulti con l’orecchino (tant’è vero che spesso mi chiedo se non sarebbe il caso di tornare a ritmi più lenti e “più umani”, come dice un Dirigente Scolastico che ama il teatro dei burattini e i disegni naife…). Da Pippi Calzelunghe alle stravaganze di “X Factor”; dalle partite a briscola alle odierne gare di burlesque; dalle mitiche tribune elettorali (dallo sbadiglio assicurato) ai “teatrini della politica” in cui Ministri e Segretari di partito usano volentieri l’insulto come elemento incisivo di comunicazione; dagli inchini all’arbitro di Gianni Rivera alle testate all’avversario stile Zidane; da Paperino ai Simpson; pare che molto da allora sia cambiato. A dire il vero non appartengo alla folta schiera di coloro che rimpiangono i tempi passati (poiché, al contrario, non rinuncerei neppure a mezza giornata della mia vita vissuta) e non escudo che la “modernità effettiva” sia qualcosa di ben diverso (e migliore) da ciò che in troppi vorrebbero farci credere solo perché è più facile vendere canzonette banali anziché musiche magari non facilissime ma di vera qualità artistica (e non ho detto Melodramma).
Anche oggi la giornata lavorativa è stata molto intensa ed ha avuto uno strascico nel pomeriggio, ma alle 17 ero a casa. Ed ora sono solo, tra le mura domestiche. Osservo i miei quadri e penso che solo un pazzo autentico arriva a fare certe cose. Penso alle critiche che spesso mi vengono rivolte: di me dicono che cambio soggetti o stile con la stessa facilità con cui i nostri politici mutano casacca. Tuttavia, siccome credo di conoscere un po' me stesso, finisco per assolvere i suddetti ritenendo che “cambiare” non significhi necessariamente “tradire”. Trasformazioni e transizioni sono sovente processi d’una complessità non indifferente. Di conseguenza, amo pensare che nel mio caso non si tratti di schizofrenia creativa (o di schizofrenia tout court…).
Su Affaritaliani.it leggo un’intervista a un grande trafficante di cocaina e subito mi domando come sia possibile che un buzzurro di tale statura venga intervistato con tutti i crismi anziché acchiappato senza esitazioni! Ai piedi dell’articolo scrivo due righe incazzatissime e qualcuno pare d’accordo con me. Poi, ripensandoci, deduco che si deve trattare della solita presa in giro, o nel migliore dei casi che stiano facendo l’ennesima statistica (“pro” o “contro”) raccogliendo i commenti di noi sciocchi internauti. Già, i giovani stanno mostrando di possedere molte ingenue credenze sul funzionamento di Internet e sull'attendibilità delle fonti, si dice, ma non c’è alcun bisogno di essere fanciulli o adolescenti per scivolare in forme varie di creduloneria anche ottusa.
Qualcuno su facebook mi chiede l’amicizia e io la concedo. Poi questo nuovo “amico” verrà risucchiato dalla massa di altri simili e finirà solo col fare numero. Della serie: più siamo, meglio è! …ma sarà vero? A volte penso che facebook sia una forma di “controllo sociale”.
Quasi quasi riguardo il DVD dedicato a Giuseppe Verdi che è ancora appoggiato sulla scrivania, ma subito ricordo la figura in posa di Stefano Roberto Belisari (in arte Elio) nei panni del grande Maestro di Roncole: nel mio cervello la poesia si trasforma in burla, il bastone del prezioso vecchio nelle gambe di Simona Ventura e purtroppo la do vinta a X Factor! Per come è stato celebrato il 150° dell’Unità d’Italia capisco che alcuni parlino di secessione… A parte gli scherzi, non si tiene unito un Paese come il nostro con la retorica e i teatrini. Magari con il calcio sì, e allora speriamo in questo prossimo europeo e che la squadra teutonica stia bene attenta perché Spagna e Italia non ci stanno a fare le comparse!
Siccome di questi tempi potrebbe avere un senso allenarsi a “fare nulla”, per un po’ giro avanti e indietro come un animale rinchiuso fino a quando non m’accorgo che la stanchezza psicologica è una gabbia con l’altalena a forma di cerchio, per raggiungere la quale decido di spiccare un breve salto immaginario. ”Guarda come dondolo”, diceva il pelatissimo Vianello, che attribuisce il merito del suo successo alla quadratura matematica di celebri canzoni da spiaggia come “I watussi” o “pinne, fucile ed occhiali” (chiedere a Morricone). Quest’oggi la matematica non fa parte dei miei pensieri. La differenza di rendimento tra il mio cervello e quello del più famoso canzonettista da spiaggia è decisamente a favore di quest’ultimo e la cosa mi rammarica. Ho uno Spred cerebrale a quota 500 che non mi consente di fare battute umoristiche sulla banalità di certe melodie anni 60, tanto più che il Rettore dell’Università di Urbino, tale Stefano Pivato, ritiene molto importanti le canzoni nella ricostruzione del contesto storico, ecc. ecc.
Accedo la tv e, non capisco perché, un presentatore dal viso squadrato e simpatico fa “qua qua qua” mentre aprono pacchi a tutto andare. Ancora una volta mi chiedo se “il pacco” non lo stiano facendo a noi… Dal nulla mi viene in mente lo stacco musicale che introduce Lorella Cuccarini a “Domenica in”: fa pensare allo sbadiglio d'un cane, coi suoi Ye-yé-yeaaaooo (ascoltatelo per intero e fateci caso). A proposito della Cuccarini, accidenti a quella chitarra elettrica a forma di triangolo: senza lo strumento “la musica” sarebbe molto più… armoniosa, per così dire! Ma anche la Cuccarini ha maturato un’età che la fa essere più “femminista” che adolescente sensuale e birichina… Ogni cosa al suo posto, se no andrà a finire che i nostri marmocchi penseranno che vogliamo scalzarli dal loro legittimo ruolo… Credo non ci sia niente di più pacchiano e antipatico d’un adulto che si veste e si atteggia da ragazzino!
Da tempo mi sono accorto che questa tv piace sempre meno, che le statistiche e gli indici di gradimento sono pilotati o addirittura fasulli. Se viene posta al pubblico la domanda: “per lei è giusta questa guerra che sta facendo morire tante persone?” molto probabilmente la risposta sarà “No”; ma se la domanda viene posta nel seguente modo: “per lei è giusta questa guerra che sta liberando dalla schiavitù tanta gente?” la risposta potrebbe anche essere “Si”. In genere una guerra rappresenta qualcosa di molto complesso e dire che sia sempre ingiusta è abbastanza riduttivo, perché la guerra, per quanto orribile sia (indubbiamente lo è) può risultare necessaria quando si sia costretti a difendere una giusta causa. Un morto di qua o un morto di là non fa differenza: si tratta pur sempre di un essere umano che ha perso la vita in modo violento. Quindi, ben sapendo che ogni domanda può orientare molte risposte, è più che legittimo dubitare dell’attendibilità di tante statistiche che ci vengono spiattellate con sicumera. Fatta la doverosa premessa, è sufficiente aprire orecchie e cervello per rendersi conto di quanto la tv sia poco gradita a un numero considerevole di telespettatori d’ogni età. Gli applausi finti o pilotati ci fanno sentire cavie da laboratorio facilmente condizionabili.
Siamo a fine settimana e come nel precedente week end il tempo volge al brutto: sembra che la meteorologia voglia metterci del suo per dare man forte alla crisi. Infatti, se i negozi stagionali che ancora cercano di resistere alla “buriana” hanno aperto timidamente, da lunedì dovranno ripensarci almeno fino al venerdì successivo. Il timore che l’estate porti spiagge deserte e botteghe vuote è forte. Gli albergatori stentano ad assumere personale e si trovano costretti ad acquistare materiali senza avere la certezza di poter saldare il conto. Ieri per strada ho visto diverse persone sole, e quelle che avevano al seguito un passeggino destavano una certa commozione. A volte mi chiedo se il sovraffollamento del pianeta indurrà prima o poi a ritenere inopportune nuove nascite (del resto non sta già succedendo qualcosa?). Domande inquietanti…
Guardo i miei disegni appesi a una parete dello studio: in uno di questi sono rappresentate figure antropologiche senza volto, quasi un omaggio a De Chirico; in quello accanto si possono osservare enigmatici grovigli di tubi (“almeno non si può dire che non ci sia un tubo”, dico un po’ scherzosamente a me stesso). Figure fredde che tagliano la parete sembrano finestre su un mondo immobile e inquietante. La mia attenzione si sofferma su una foto grande di New York che ho acquistato in un Supermercato: credo che l’autore l’abbia scattata dal Rockefeller, più o meno dal settantesimo piano e dirimpetto all’Empire State Building: in quel “luogo mistico” ci sono capitato sul far della sera, quando il cuore comincia a battere più forte all'idea di trovarsi di fronte a uno scenario impressionante di luci. Il Central Park dalle tinte fosche faceva pensare alla figura di Mark Chapman mentre alle 22,51 dell’8 Dicembre 1980 esplodeva cinque colpi di pistola contro John Lennon esclamando: “Hey, Mr. Lennon”. Un laconico “I was shot…” e il mito veniva trasportato d’urgenza al Roosvelt Hospital per morire alle 23,07. Fu un venticinquenne malato di mente a decretare la fine del celebre Beatle. In quel luogo sacro all’Occidente il pensiero si faceva più inquietante davanti all’imponente scenario di grattacieli freddi e immobili, quasi sculture giganti create dal formicaio umano cresciuto a dismisura lungo secoli di umanità sulla scia di Henry Hudson…
L’unica cosa che mi desta un po’ dal torpore, in questo pomeriggio dal cielo quasi plumbeo, è l’idea che a Luglio partirò di nuovo per l’America del nord. Montreal è una città bellissima, vivace, a misura d’uomo. Toronto è più fredda e per certi versi inquietante. Pià inglese. Peccato che le cascate del Niagara siano contornate da mega balocchi e da baracconi tipicamente alla Disneyland, anche se lì tutto fa America… In questo pomeriggio dal cielo quasi plumbeo, che il mitico Sandro Ciotti avrebbe descritto con grande poesia, i pensieri si susseguono nella speranza che la noia non prenda il sopravvento. Riguardo le foto scattate a Québec city, o dal battello durante la navigazione sul San Lorenzo. Le Mille Isole dai castelli che sembrano irreali sono uno splendore! A Fort Henry (Kingston) rischiammo di trovarci sotto un acquazzone incredibile: appena saliti sul mezzo si scatenò il diluvio! Divertente la foto in cui impugno con decisione il “telefono rosso” mentre dietro di me Obama e Michelle sorridono. Ovviamente al museo delle cere di Madame Tussaud (New York), dove in una grande sala persone reali e di cera si mischiano fino a confondersi, tant’è che in quell’occasione provai quasi irritazione per come quell’uomo dalla barba grigia mi guardava… Ops! Era Hemingway.
Il ritorno dall’America, ahimè devo ammetterlo , fu piuttosto deprimente: guardando la catena alpina a bordo di un velivolo dell’Air France quasi mi sembrava di essere a casa e scendendo dall’aereo, dopo l’atterraggio al “Marconi” di Bologna, mi sentivo calamitato a terra mentre un sole cocente riscaldava le nostre teste e gli abiti che di lì a poco si sarebbero inzuppati di sudore. Agosto era ormai alle porte.
“Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”, e nella casa vecchia c’eravamo ancora tutti, bimbi e anziani. Ebbene si, siamo stati tra gli ultimi a vedere i treni a vapore in attività! Roba da Far West, mi dico, roba da Tex Willer e Kit Carson. Passavano davanti al tabellone ovale della “Esso” col loro tipico sferragliare sputando con violenza fumo acre. Ogni volta era uno spettacolo. Eravamo fanciulli e succhiavamo il mondo a colori vividi, l’aria era leggera e trasparente (fumo del treno a parte), eravamo immersi nella quiete di rumori rarefatti e le poche automobili non avevano certo le linee aggressive di oggi. Tutto o quasi doveva ancora succedere, il futuro ci sembrava lontano e irraggiungibile, il presente era vissuto con grande intensità tra emozioni “scolastiche” e pomeriggi interi trascorsi a spiaggia o su un campo erboso correndo dietro a una palla di cuoio o di gomma. Se era domenica lasciavamo accesa una radiolina ai bordi del campetto improvvisato per cogliere ogni novità dalle voci gracchianti dei radiocronisti poeti di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Non importava se c’era il sole o se la nebbia era talmente fitta da impedirci di vedere la porta avversaria: ciò che contava era trovarsi lì, portare i battiti cardiaci al massimo, provare l’emozione di un gol, gridare al cielo o al mare la nostra energia inesauribile…
Di là in sala c’è la tv accesa. Per un verso o per l’altro le notizie del tg sono sempre preoccupanti e riportano alla realtà del presente: un presente fatto di guerre, omicidi, suicidi, attentati, violenze sessuali, rapine, incidenti, truffe e chi più ne ha più ne metta. Penso alle parole di un virtuoso intellettuale RAI che a modo suo ci ricorda quanto possa essere “poetica” la fredda sagoma di una gru sul far della sera. E sono d’accordo che perfino il degrado faccia poesia, che una casa di periferia dai mattoni rossi sporcati di vernice colorata possa stimolare la fantasia e mettere in moto la creatività. Di edifici così ne ho visti tanti in America. In fondo anche la crisi economica, quando non uccide, può produrre effetti positivi sulla società. E’ ciò che dobbiamo credere per evitare di scivolare nello sconforto individuale e collettivo!


                                                                  Davide Crociati

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