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Il teatro dell'assurdo

(5 Dicembre 2014)

 

Poiché nulla si crea e nulla si distrugge, spesso nel corso della storia la sostanza dittatoriale dell'essere umano passa dallo stato solido allo stato liquido, da una durezza diretta e disarmante a una fluidità viscida e non meno condizionante, quanto meno a livello inconscio.

Inoltre, siamo in un mondo di semplificazioni eccessive che non rendono merito alla verità, un mondo in cui la parola “ricatto” viene brandita come si brandisce una grossa spada, per farla roteare minacciosamente sulla testa di chi ancora sa e vuole riflettere più a fondo attorno alle questioni umane. Ricordo un tempo in cui, ahimè, nella coscienza drogata di nuovi perbenisti, perfino un semaforo doveva rappresentare l'imposizione calata dall'alto per mortificare quella certa, subdola forma di libero arbitrio secondo loro connaturata in miliardi di creature, “alate” solo nella sfera d'una immaginazione fervente quanto ingenua, le quali invece, peccato davvero, periodicamente si vedono costrette a gettare la maschera, soprattutto nei momenti di crisi, rivelando volti tutt'altro che angelici. In quel tempo non lontano rifiutavano il semaforo ma ancora non sapevano che al posto dei pali luminosi nuovi cervelli creativi avrebbero smussato gli incroci disseminando paesi e città di rotonde, per altro dall'aspetto non sempre gradevole (ma questa è un'altra storia). Da sempre, ieri come oggi, nei campi di calcio le regole sono impositive e spesso sortiscono effetti collaterali deleteri, nella misura in cui una cattiva (ma spesso anche corretta) applicazione delle stesse può mettere in moto meccanismi inconsci dagli esiti imprevedibili. Forse perché “impositive” sarebbe giusto eliminare le linee di demarcazione ammettendo brutture d'ogni sorta? Ginocchia rovinate, teste spaccate e denti spezzati sarebbero, dunque, per tante sedicenti intelligenze, gli inevitabili effetti naturali d'una libertà individuale che però non tiene conto in alcun modo della libertà altrui, soprattutto quando si tratta di avversari di gioco (o di vita)? Si può definire “ricatto” l'invito da parte di un arbitro a non commettere/ripetere falli pesanti, pena l'esclusione dal campo? E si ha mai pensato che la libertà estrema, individuale, può facilmente sconfinare in terreni che appartengono ad altri individui di pari diritti? Certo, oggi si va blaterando che i diritti cosiddetti non siano che invenzioni dovute a situazioni storico sociali contingenti, e che venute a cadere le quali tutto possa essere rimesso legittimamente in discussione. Viene in mente la pratica tribale del sacrificio umano, pratica che gruppi o soggetti di maggior potere continuano a mantenere in vita sotto altre spoglie, in nome d'una visione maccanicistica del mondo alimentata a convenienza da presunti meccanismi soprannaturali. Nulla si crea, nulla si distrugge. In sostanza, c'è chi continua a immaginare che il sacrificio di alcuni possa e debba servire a mantenere intatti i privilegi di altri, così come Noè salvò poche anime, del resto non potendo fare altro che abbandonare al proprio destino gran parte della fauna terrestre, schema fors'anche legittimo ma che nel tacchino di Obama trova una sbiadita e forse deplorevole riproposizione. Paradossalmente, l'umile arroganza di chi vuole imporre maggiore sfortuna ai diseredati della terra in nome della salvaguardia di un benessere destinanto a pochi offre la ricetta del potere ai miserabili, i quali, prima o poi, sempre con umile arroganza (quindi senza dover neppure scomodare la presunzione di avere in tasca una verità più vera) decidono di rendere la pariglia in forza di un potere diverso ma non meno antipatico: quello della massa, del numero. E il numero, lo sappiamo, può rappresentare una forza considerevole! Dal fiore dell'umile consapevolezza può quindi prendere forma la pianta carnivora della prepotenza e della sopraffazione. Nel corso dei millenni il pendolo del benessere, così come quello della sventura, batte i suoi colpi fatali e si dirige ora da una parte, ora dall'altra. Ma se porgere l'altra guancia vuol dire abbandonarsi a un atteggiamento fatalistico, non porgerla significa cedere al donchisciottismo. Siamo dunque vittime di una grande illusione? Le proibizioni ammantate di legalità non sono che ricatti mascherati o, per dirla alla Cariglia, stiamo sperimentando il male su noi stessi per poterci evolvere attraverso il ciclo delle reincarnazioni? Se così fosse, il male rappresenterebbe la nostra palestra; il mondo sarebbe il luogo in cui sollevare pesi e compiere sforzi d'ogni sorta per rafforzare il “fisico dell'anima”, e non avrebbe più senso parlare di ricatti, ingiustizie e quant'altro, se non in termini del tutto provvisori. Ammettendo per valida la teoria della reincarnazione, dovremmo rimettere in discussione tutte le nostre pseudo certezze. Probabilmente il “qui e subito” del nostro tempo tradisce una mancanza di profondità, ossia una visione tutt'altro che “possibilistica” della vita. Pourquoi pas? Why not? Perché no? Già, in ragione di che cosa dovremmo eliminare questa domanda, in fondo sacrosanta, dal dizionario delle legittime speranze umane? In realtà, non sappiamo neppure se sia giusto porgere l'altra guancia sperando di ricevere in cambio un beneficio in cielo, o semplicemente in una nuova, futura esistenza terrena. E' evidente, allora, che il mondo è solo un palcoscenico sul quale siamo chiamati a recitare una parte, a sostenere un ruolo, nella speranza di smuovere pensieri e di vivere e far vivere/rivivere emozioni. Un teatro dell'assurdo in cui neppure un bel sorriso può essere positivamente etichettato, e per la stessa ragione un brutto ghigno non esprime necessariamente un pensiero negativo (può scaturire da una sacrosanta reazione a qualcosa di sottilmente spregevole, o che si ritiene possa esserlo). Tornando coi piedi sul terreno della realtà visibile, a volte difficilmente interpretabile, non sappiamo dare neppure un significato alla parola “ricatto” se troppo spesso sentiamo dire, in forma diretta o no, che “una sanzione disciplinare va considerata alla stregua di un'intimidazione di carattere morale”. E' ad un tempo ridicolo e interessante notare con quanta sicumera noi tutti sosteniamo miriadi di presunte verità, dimenticandoci di essere minuscole pulci sulla schiena di una tigre. Eppure dobbiamo giocarcela, questa vita, e per farlo appare necessario creare scene, costumi, musiche e naturalmente storie da raccontare: un melodramma dai molti atti destinato a stimolare l'azione ma anche ad acquietare gli animi (ricordate le pizzette catarì decantate dal mitico Giorgio Bracardi, che dovevano calmare la fame e stuzzicare l'appetito?). Forse non è un caso se oggi qualcuno indica il verdiano Riccardo Muti quale possibile candidato al Quirinale, fermo restando che al Colle ci vedrei meglio una personalità assai esperta in questioni politiche e istituzionali. Del resto, lo stesso Muti con un lapidario “a ognuno il suo mestiere” ha pensato bene di chiudere la questione (almeno credo).

 

                                                             Davide Crociati

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