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                                                                     Bellaria Igea Marina,14-12-2018

 

Segnali di spread culturale

 

Secondo una visione più ampia la musica, che sempre è stata presente in tutte le aree del mondo e che ben difficilmente può essere scissa dal contesto sociale e culturale di cui è emnazione, esprime al massimo grado il “valore della diversità”. Tant'è vero che gli etnomusicologi di seconda generazione hanno capito che era un errore grossolano valutare la musica delle varie etnie in rapporto a quella europea di riferimento, quasi si trattasse di uno spread di tipo culturale! Infatti, molti sono concordi nel ritenere che se i lavori di Stockhausen non possono essere compresi e sentiti da tutti nello stesso modo, ciò valga anche per la musica indiana, per quella araba, ecc. Per noi occidentali i melismi che dai minareti invadono l'aria circostante sono soltanto qualcosa di esotico e, forse, di divertente. Ma per gli arabi hanno un significato ben diverso e più profondo!

Il linguaggio della musica è universale nella misura in cui lo sono tutti gli altri linguaggi: chi sa di dover trascorrere molto tempo all'estero è chiamato a studiare abitudini e costumi relativi al luogo in cui andrà a insediarsi anche se solo temporaneamente, onde evitare spiacevoli conseguenze (vedi “L'uomo e i suoi gesti” di Desmond J. Morris).

Per concludere, credo che l'umiltà possa esprimersi meglio nella consapevolezza che al mondo esistono culture e sensibilità molto differenti tra loro, e che la pretesa di uniformare tali differenze in un unico, neutro contesto sia invece espressione di una presunzione che forse non fa troppo onore a chi la coltiva.

 

                                                     Davide Crociati

 

 

                                                                      Bellaria Igea Marina, 12-12-2018

 

Scheletri nell'armadio

 

Qualcuno sta cercando di mettere una pezza a ciò che è successo a Corinaldo, per distrarre l'attenzione dalla gravità di una sottocultura dilagante che di sano ha ben poco. Casi come quello della Lanterna azzurra, infatti, rischiano di scoprire gli altarini di una politica dell'utopia che di disastri ne ha prodotti anche troppi. Lo fa scomodando i miti del passato, premurandosi di ricordare a noi tutti che in fondo di Rolling Stones non si moriva. Ma è falso! Anno 1969, Altamont, Stati Uniti. Un festival dei Rolling Stones attirò 300.000 persone: molti giovani morirono per asfissia e per dosi massicce di droga. Mick Jagger a parte, vogliamo ricordare i casi di Cincinnati, di Los Angeles, di Vancouver, di Melbourne o quelli di Brighton, di Beyrouth, ecc.? E che ne dite dei fiumi di droga che a Woodstock i servizi segreti americani riversarono su una gioventù sognante e sprovveduta sperimentando sostanze anche micidiali, forse (o soprattutto) destinate a uso militare? Invece, avete mai sentito parlare di concerti di musica classica o di musica jazz finiti in tragedia con morti e feriti? Anche questo avrà pure un significato...
Voglio ora trascrivere alcune parole illuminanti di Pier Paolo Pasolini (non ho detto pinco pallino):

 

O generazione sfortunata,

arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia

senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere

e che non si gode senza ansia e umiltà

e così capirai di aver servito il mondo

contro cui con zelo “portasti avanti la lotta”;

era esso che voleva gettar discredito sopra la storia - la sua;

era esso che voleva far piazza pulita del passato - il suo;

oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!

 

Pier Paolo Pasolini era consapevole della tragica mutazione antropologica che la perdita di senso della tradizione aveva indotto nelle nuove generazioni degli anni '70, e che, pur essendo compiuta in nome di una emancipazione rivoluzionaria, era in realtà pilotata da quella stessa cultura radical borghese cui ci si voleva contrapporre. (da “Satanismo e musica rock - GRIS - Imola”)

 

                                                 Davide Crociati

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