davidecrociatidibellaria
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L'autobiografia inutile

 

Chi non ha pensato, almeno una volta nella vita, di scrivere un libro autobiografico per lasciare una traccia di sé, per tentare un’auto analisi o semplicemente per dare forma al desiderio di esprimersi con le parole? Credo sia del tutto normale ciò accada, anche se poi, spesso, a causa degli impegni quotidiani, mettere nero su bianco è tutta un’altra faccenda…
Eppure oggi appare meno utopistico dire a se stessi “we can!” e accendere un computer, scegliere la dimensione dei caratteri, usare il copia e incolla, servirsi del traduttore di Google, ecc. : sono operazioni semplici o addirittura banali sempre che non si abbia un'avversione patologica per l’informatica casalinga.
E' ovvio chiedersi come iniziare il lavoro per non finire subito in uno scoraggiante vicolo cieco. ...Così decido di stendere sul tavolo, da subito, il mio imbarazzo esorcizzandolo attraverso un'ammissione di fragilità, che poi è quella di tutti coloro che iniziano un lavoro nuovo dagli esiti incerti… E più in generale partiamo dall’incertezza di oggi, quindi dalla situazione contingente che ormai troppo spesso c'impedisce di rimodellare quelle stesse illusioni che in passato hanno consentito a molti umani occidentali di fare un tratto di sentiero senza doversi accorgere che una meta chiara era comunque irraggiungibile. Credo infatti che una delle questioni centrali di questa crisi non solo economica sia l'incapacità di fingere a se stessi, ossia di gettare il sasso oltre il limite invalicabile, oltre il confine tra il senso e il non senso, tra la consapevolezza di servire a qualcosa in questa vita tormentata e l'apparente consapevolezza che tra l’essere umano e il più marginale degli insetti non c'è  alcuna differenza di fronte all'infinito senza tempo e senza spazio.
Sono convinto che alla base di ogni conflitto vi siano prevalentemente questioni economiche. Me lo disse un ingegnere italiano a Varazdin, quando al seguito di mio padre e di un suo dipendente mi recai nella cittadina croata in tempo di guerra, per definire il progetto di una grande cucina da comporre in un campo profughi ricavato all’interno d'una caserma dai muri sozzi, scrostati e bucati dalle pallottole. Ciò è tanto più vero se parlando di economia non ci si riferisce soltanto ai grandi numeri, ai grandi potentati che oggi molto spesso si fanno convergere verso il famigerato gruppo Bilderberg (e ben oltre...), ma anche a livelli terra terra, dove possedere un bene materiale minimo può significare essere privilegiati rispetto a tanti altr
Se è vero che dietro a immagini altamente filantropiche i dominatori del mondo, per intenderci i Rockefeller della situazione, nascondono un’avidità senza scrupoli con ricadute catastrofiche sulla vita di molta povera gente, il quesito si pone su un piano che definire “morale” può essere purtroppo riduttivo, così come è imbarazzante l’osservazione della natura reale dal momento che animale divora animale, mentre in certe zone del mondo il “buon selvaggio” uccide e mangia il proprio simile. Credo che in un tale contesto sia semplicemente ridicolo porsi il problema di come stendere un'autobiografia, a meno che non si parli di “biografia psicologica” intesa come narrazione del proprio percorso spirituale (o mentale che si voglia), col fine ultimo di afferrare un senso concretamente riconoscibile, un certo “non so che” dai contorni misteriosi (poiché il mistero è forse il nostro più fidato compagno di viaggio, che troppo spesso ci vantiamo di schernire e di tradire) ma non per questo così inafferrabile da farci sentire del tutto impotenti.
Oggi siamo in balìa di una tempesta forse già conosciuta in passato in altre forme, dove al posto dell’acqua e del vento troviamo dubbi impetuosi e mostri orribili, e crudeli come la realtà a volte sa rivelarsi. Sono tempi in cui crollano uno dopo l’altro i variopinti castelli di sabbia delle nostre auto-illusioni. Sono tempi in cui la verità non sta più nel mezzo, perché di punto in bianco siamo costretti ad ammettere che il “sistema di bilance” è praticamente infinito e impossibile è riconoscerne il fulcro dei fulcri (che forse neppure esiste). Se ci troviamo all’inizio d’una nuova Via Crucis con l’unica certezza che molti di noi crolleranno prima di raggiungere la temuta vetta; se il dubbio che la Resurrezione finale sia solo un’illusione prodotta dalla mente mitologica di uomini-bambino; cosa ci rimane da fare? Questo è uno dei grandi dilemmi del nostro tempo.
Tornando ai grandi potentati economici planetari, ammettendo per valido il “teorema” di Estulin, possono essere i Rockefeller accostati al leone che sbrana l’antilope? Il quesito vero è: mentre per il leone uccidere l’animale più debole è una pura questione di sopravvivenza, può l’uomo ricco avere le stesse recondite motivazioni del pesce grande che divora il pesce piccolo? E’ previsto e giustificabile nel cervello umano un meccanismo per il quale una volta raggiunta una posizione di privilegio sociale la si voglia non solo mantenere ma anche incrementare a costo di schiacciare intere società? Il ricco è una persona malata? E’ come il drogato che, assuefattosi alla sostanza stupefacente, ha bisogno di inalazioni/iniezioni periodiche con la prospettiva di dover incrementare progressivamente la dose fino al tracollo finale? Oppure la mente dell’uomo ricco e potente è come un organismo che per sua natura ha un bisogno costante di espandersi, così come l’intellettuale ha fame di sapere e per lui l’arresto del processo di crescita mentale equivale a un blocco delle energie vitali col rischio di cadere in malattia?
Raccontando la vita di una persona qualsiasi, come la mia, è possibile individuare tutte o almeno alcune coordinate con relativa risultante? Che senso ha spiegare l’arte se non sappiamo neppure chi sia l’artista che la genera? Come possiamo dare un peso alle cose se non sappiamo investire la parola “valore” di un significato significante? A volte diciamo che la qualità è più importante della quantità, ma il buon statista non è forse colui che cerca di soddisfare il maggior numero di individui nel contesto della società da egli governata? E la maggiore qualità di alcuni individui non può forse rappresentare un elemento di discordia sociale, se non altro per una pura e semplice questione di “contrasto”? Come si vede, i dubbi sono tanti.

 

                                                            Davide Crociati

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