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                                                                   Bellaria, 14 giugno 2015

 

  Improvvisazione sul principio dei vasi comunicanti

 

Chi non ha provato stupore di fronte al Duomo di Milano o ad altre imponenti costruzioni architettoniche come la Cattedrale di Notre Dame a Parigi, la Basilica di S. Pietro o il Duomo di S. Stefano a Vienna, o ammirando da vicino opere straordinarie quali “L'ultima cena” di Leonardo da Vinci e la celebre “Zattera della Medusa” di Théodore Géricault, quest'ultima capace di provocare vertigini e tachicardia, sintomi che lo scrittore Stendhal provò uscendo da Santa Croce nel lontano 1817 (tanto che si può parlare anche di “sindrome di Firenze”, da non confondere con altri sintomi “fiorentini” che qualcuno potrebbe avvertire ascoltando in tv l'ex Sindaco della città toscana)? E quante volte avremo meditato sulle meraviglie del passato chiedendoci come mai oggi sia tutto così diverso e “più banale”? Il mondo occidentale è davvero regredito? Con la tecnologia che abbiamo ora a disposizione non siamo più in grado di produrre meraviglie di estetica sull'esempio di quelle citate? Il fervore anche religioso di un tempo si è forse così affievolito da lasciare il posto al “vuoto dell'anima”, con conseguente assenza di valori?... In effetti, quale musicista dotato di grande tecnica compositiva sarebbe oggi disposto a spendere tempo ed energie per scrivere sinfonie come la celebre “Nona” di Beethoven o la perfetta “Jupiter” di Mozart? Del resto, il raggiungimento di un equilibrio che possa rappresentare un vantaggio oggettivo per il maggior numero possibile di individui, all'insegna di una accettabile “leggerezza del vivere”, non è forse l'aspirazione delle società più evolute? E non è vero che nelle persone comuni benesse e ozio finiscono spesso per sovrapporsi in maniera patologica, considerando che l'ozio è il padre di tutti i vizi e può rappresentare un vicolo cieco per creatività e intelligenza? A questo punto qualcuno potrebbe scomodare il principio dei vasi comunicanti, secondo il quale un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro, in presenza di gravità raggiunge lo stesso livello originando un'unica superficie sulla quale il potenziale di un campo conservativo ha valore costante: nel caso specifico, perdere da una parte significa acquistare dall'altra o viceversa, e ciò che rimane “costante” è il livello dell'imperfezione umana, cosicché se vogliamo scrollarci di dosso ogni velleità di ordine razzista, per esempio, dobbiamo ammettere i nostri limiti naturali e accettare un “democratico livellamento”, sempre che non si ritenga che il “limite umano” autorizzi chi ne è vincolato ad abbandonarsi più o meno liberamente al flusso torrenziale dell'istinto di conservazione...

Se la capacità (soprattutto in termini di energia, anche fisica) di creare capolavori imponenti di rilevanza storica è legata simbioticamente alla sofferenza del vivere quotidiano (ricordiamoci quanto era dura la vita una volta, anche nell'ambito delle società occidentali), c'è da chiedersi se il gioco valga la candela, ossia quanto convenga compiacersi della propria bravura, quella che ci distingue dalle altre creature del pianeta, se il prezzo da pagare dev'essere una vita fatta per lo più di durezze e di sacrifici. Secondo questa teoria, l'aspirazione al “benessere totale” causerebbe effetti collaterali deleteri con un'inevitabile ricaduta sulla fede religiosa, sui forti ideali in senso lato e sulla capacità creativa che non sia troppo vincolata al puro e semplice sviluppo tecnologico. E' un pò come l'alpinista che, raggiunta la vetta più alta, si rende conto che non è possibile andare oltre, se non, in tempi successivi, a bordo di un comodo velivolo (ancora una volta frutto dell'evoluzione tecnologica...). E non so quanto la teoria di certi scienziati russi, secondo la quale (interpreto) il cervello umano avrebbe raggiunto il suo apice ed ora sarebbe in fase di “rientro” e forse di assestamento su valori più bassi, derivi dall'intuizione o dalla consapevolezza che, come un singolo individuo ha le sue tare e mai potrà disporre delle ali naturali di un uccello, così l'umanità intera denota evidenti limiti congeniti. Secondo un'altra teoria che personalmente reputo interessante, quella del filosofo, storico e giurista napoletano Giambattista Vico, di cui si interessò anche Benedetto Croce, la vita dell'intera umanità sarebbe paragonabile a quella di ogni singolo individuo, con le sue fasi evolutive, crisi di crescita comprese.

Ricordo che quando ero bambino mi capitava spesso di cogliere negli adulti tratti di fastidiosa (apparente) superficialità: ciò m'indispettiva nella misura in cui tutto il mio essere era proteso verso un'utopistica “perfezione”, verso la realizzazione di qualcosa di grande, buono e giusto. Ma per inesperienza ogni fanciullo deve fare i conti senza l'oste, ove l'oste rappresenta la vera natura del mondo, o dell'universo, con i suoi limiti che non raramente hanno imposto agli umani di imbracciare le armi, se non altro per difendersi da attacchi ritenuti ingiusti e/o pericolosi per la loro incolumità, o per la loro stessa esistenza: la rivoluzione francese, autentica carneficina dalle ghigliottine multiple, sta innegabilmente alla base della cultura occidentale; lo sbarco in Normandia viene ancora oggi celebrato come un grande evento di liberazione, ma anch'esso rappresentò un momento di estrema violenza poiché causò numerose vittime da ambo le parti.

Tornando all'arte, secondo un noto poeta e intellettuale italiano il barocco (o “barrueco”, per gli spagnoli, che significa “bizzarro, contorto”) sarebbe derivato dalla necessità di coprire ogni spazio esterno al fine di colmare un vuoto psicologico (forse a testimonianza che anche una volta esisteva il cosiddetto “vuoto interiore”, fermo restando che la crisi esistenziale dell'uomo moderno rimane forse la più drammatica della storia poiché ha annullato qualsiasi punto di riferimento). Anche dietro a tanti mirabili capolavori sei-settecenteschi ci sarebbe dunque qualche fragilità...

E' mia convinzione che per leggere i capolavori artistici sia necessario avere innanzitutto una buona conoscenza della natura umana, così come un bravo compositore non si limita ad applicare le regole dell'armonia e del contrappunto secondo le indicazioni dei trattati, fossero anche i più validi. Naturalmente ciò vale anche per coloro che si dedicano seriamente alla politica. Ma cosa significa capire l'essere umano se non coglierne ogni aspetto, compreso quello “animale”?

La “Babele” del mondo sta nel fatto che le popolazioni della terra si sviluppano a velocità diverse: mentre presso alcuni agglomerati sociali le religioni non sono che “abiti stretti” di cui prima o poi doversi liberare (è un'ipotesi), per altri rappresentano vere “divise militari” dentro le quali dare una forma (vidimizzata dalla storia) al disprezzo, verso chi ha approfittato di un maggiore sviluppo tecnologico e soprattutto di un clima decisamente più favorevole (ricordando Montesquieu, altro grande filosofo, giurista e storico...).
Comunque la si giri e rigiri, ho l'impressione che un principio simile a quello dei vasi comunicanti valga per tutte le vicende umane. Posto che ciò sia vero, ogni volta (anche oggi) siamo chiamati a decidere di che morte morire: tacitare la coscienza ammettendo a corte masse di disperati che hanno mille ragioni e più per voler togliere i piedi dalla brace, rischiando noi stessi un tracollo sociale che rischierebbe di riportarci al medioevo per chissà quanti anni o secoli, o scegliere la linea dura urlando alla nostra coscienza di occidentali che spesso nelle situazioni storiche più terribili non si può che scegliere tra “loro” e “noi”?...

Finché non abbiamo la certezza di ciò che ci aspetta dopo la morte fisica come facciamo a insegnare “verità” a noi stessi e al prossimo se non sulla base di esperienze storiche spesso acquisite solo attraverso gli scritti di semplici uomini e donne? Nella storia umana esistono momenti in cui si ha una percezione sbagliata di ciò che comunemente viene definito “buon senso”? Lo stesso termine può essere brandito come un'accetta per intimorire chi mostra di volersi avvicinare “pericolosamente” a verità diverse da quelle sì legittimate, ma nel contesto di una specifica fase storica, più o meno lunga? Ha senso violare il corpo con aghi e fili di sutura per arginare una ferita, o inoculare potenti farmaci chemioterapici in un corpo già molto debilitato? Sono legittimi l'aborto e l'eutanasia, ed è sensato svincolarsi a convenienza dalla propria fede religiosa a favore di scelte pratiche o “troppo terrene”? E' giusto sostituirsi a un ipotetico dio affermando verità non ancora scritte, a sostegno di princìpi parziali che servono a sorreggere le coscienze umane in una delimitata fase storica sapendo che tutto è sempre in fluida evoluzione? I quesiti sono tanti, direi troppi per riuscire a sbrogliare la matassa. E proprio per questo dobbiamo dotarci di presunzione (tanta!) al fine di muovere un passo innanzi, come in un gioco d'azzardo dagli esiti imprevedibili. Per di più siamo chiamati a renderci conto di non essere all'altezza della situazione (per la verità anche in questa affermazione c'è una buona dose di superbia...). Ancora. E' giusto ammettere i propri errori per sottoporsi alla pubblica gogna sapendo che il diavolo, o il negativo che c'è in noi, non aspetta altro che di soddisfare la propria sete di sangue soprattutto attraverso le persone umili, che spesso sono buone e sensibili solo a parole (un giretto su facebook è sufficiente per rendersene conto ampiamente)? E' quindi opportuno ammettere che noi occidentali ci siamo resi colpevoli di crimini orrendi verso quelle stesse polpolazioni che ora bussano alla porta del Sud Europa? Perfino un filosofo intellettuale “orecchie d'elefante” come Massimo Fini, se ho ben capito, s'è dichiarato propenso a difendere la causa dell'occidente, salvo cercare di lavarli, i panni sporchi, ma in casa nostra!

Se tanta arte è il frutto della follia umana, ossia la conseguenza di un fervore religioso o ideologico che col tempo si è affievolito (così come una persona anziana non può essere animata da focosità adolescenziali); se le società occidentali sono in una fase di regressione senile e faticano a lasciare il testimone a nuove generazioni dalle teste rasate o prematuramente imbiancate; dobbiamo rivedere il nostro concetto di “verità”. Forse saremo costretti ad ammettere che la verità non esiste, o meglio, che di verità ne esistono tante quante ne bastano per annullarne qualsivoglia significato.

 

                                                              Davide Crociati

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