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                                                                Bellaria I.M., 30 giugno 2018

 

Problemi reali, soluzioni improbabili

Molti anni fa, era un giorno come tanti, mia nonna invitò tutta la sacra famiglia ad affacciasi alla finestra della saletta: un uomo di pelle molto scura camminava per strada, lungo via Panzini, al di là della ferrovia! Lo scalpore fu collettivo e quella finestra si trasformò improvvisamente in uno schermo televisivo perché le persone di colore le vedevamo solo nei film americani in bianco e nero! Oggi viene da sorridere, certo un po' amaramente se si pensa che l'Italia rischia di venire gradualmente assorbita dal continente nero (forse diverso da quello che, “parapoziponzipò”, immaginava Edoardo Vianello in una delle sue ben note canzoni da publivox...).

Nei giorni scorsi Tito Boeri, presidente dell'INPS, nel comprensibile tentativo di portare un po' di acqua al mulino della “rinsecchita” sinistra ha dichiarato che nei prossimi vent'anni gli immigrati saranno addirittura "necessari" per mantenere in assetto il sistema previdenziale italiano. Se vogliamo prendere sul serio questa analisi le ipotesi sono almeno due: (1) gli italiani normali o plurilaureati non saranno mai disposti a ripartire dai lavori più umili; (2) gli stranieri costituiranno lo zerbino della società, almeno fino a quando la situazione non si ribalterà a loro favore.

Vorrei soffermarmi sulla prima ipotesi. Fino a prova contraria la cultura dominante conta e il consumismo più spudorato (non quello a misura d'uomo, bensì del mercato senza regole) ha avuto un ruolo fondamentale se è vero che è riuscito a condizionare sensibilmente l'opinione pubblica e soprattutto i giovani, instillando nei loro cervelli un'idea di “società del benessere” dalla crescita illimitata ed esponenziale. In sostanza, mentre i poveri di una volta avevano le maniche arrotolate e gli attrezzi da lavoro in mano quelli di oggi hanno in mano il telefonino ultimo modello e la mente affollata di pensieri spesso malati; se quelli di una volta avevano la fronte imperlata di sudore quelli di oggi ce l'hanno curata, liscia e troppo profumata. La “paghetta” (che ai miei tempi non era neppure contemplata) serve per mantenere i rapporti sociali coi propri simili/coetanei, ma oggi i rapporti sociali che regolano la vita dei giovani sono spesso “virtuali” e vivono di stereotipi intinti di finta libertà (poiché quella vera è quella interiore e si sviluppa al di fuori dei suddetti stereotipi). Non è un caso se l'uso degli stupefacenti sta dilagando anche tra i giovanissimi (di recente il Consiglio superiore di sanità si è finalmente espresso con chiarezza sulla possibile pericolosità delle droghe cosiddette leggere che possono facilmente condurre all'uso di sostanze ancora più micidiali come ben testimoniano gli ospiti di San Patrignano).

Da anni l'istinto mi porta a criticare in modo feroce il cattivo uso che si fa dei mass media (con tutte le eccezioni che confermano la regola): quanto è stato fatto per evitare che la cultura del nulla dilagasse in lungo e in largo provocando vittime soprattutto tra i più deboli, creando solchi oggi pressoché incolmabili nella società? Spero non sia questo il vero obiettivo della televisione ma temo sia così! E l'apertura dei confini a una moltitudine di disperati e di insoddisfatti può forse essere la soluzione ai nostri mali oscuri, invisibili solo in apparenza? La situazione attuale purtroppo rappresenta uno di quei casi in cui gli estremi si congiungono: consumismo sfrenato e pauperismo (funzionale solo in apparenza) si intrecciano in maniera quasi indistricabile, col risultato che destra e sinistra si sovrappongono sino a rendersi irriconoscibili, o, peggio, sino ad unirsi in un nuovo essere informe, pieno di difetti e di malattie congenite che sommate rischiano di svilupparsi in maniera abnorme con la conseguenza sempre più evidente che la gente comune ormai invoca il bisturi in luogo delle cure più o meno palliative.

Giocatori, attori, scrittori, cantanti o personaggi di dubbio valore sostenuti dalla quantità assai più che dalla qualità, strapagati e collocati su un piedistallo per effetto del falso consenso e dell'ignoranza di troppe persone incolte o educate al “pensiero unico” o ad un pensiero parziale o sbagliato, possono far comodo solo a chi ha certi interessi economici (in mezzo c'è sempre la “neutra” economia!). Se è vero che anche la psicologia umana obbedisce alle leggi naturali della fisica i divari economici crescenti che non sono sempre basati sulla qualità e sul merito possono sortire squilibri e sofferenze tali da indurre gli insoddisfatti a cercare sollievo in fenomeni sociali che un po' troppo semplicisticamente (o in certi casi opportunisticamente) vengono definiti “populismi”.

Il guaio è che ancora oggi qualcuno sguazza più o meno felicemente nel grande acquario delle false ideologie (oggi false perché ormai rappresentano categorie del passato utilizzate quasi esclusivamente per fini propagandisitici, come i fatti dimostrano quotidianamente). Chi ancora vive mentalmente (non credo spiritualmente) in quelle acque torbide si trova nella condizione di dover accettare in toto qualsiasi pensiero precostituito, trovandosi così all'interno di una macchina da guerra obsoleta e non adatta a far fronte a nuove situazioni di pericolo in un mutato scenario di guerra. In nome di una dubbia o addirittura falsa coerenza i nostri politici più tradizionalisti ci invitano a stare con loro o contro di loro e ad ignorare la possibilità che si possa arrivare a una sintesi in nome di un pragmatismo di cui si avverte sempre di più la necessità.

Difficile negare che “la malattia” sia a uno stadio talmente avanzato da mettere l'équipe medica di fronte a un bivio pericoloso: intervento chirurgico o cura di mantenimento? Rischiare che il paziente rimanga sotto i ferri o assumere il tempo come valore centrale, nella speranza che l'équipe coinvolta possa andare in pensione prima della morte del paziente (sperando di salvare almeno il “quieto vivere”)? Il fatto è che la gente di strada comincia a non credere più ai miracoli e personaggi come lo stesso Bergoglio, tenuti in piedi solo da scenografie e ritualismi d'altri tempi e da schemi svuotati del loro contenuto (perché nel frattempo i cervelli umani hanno potuto attivare collegamenti più sofisticati), non reggono alla prova dei fatti. Dispiace, ma è così.

Nello sviluppo di questa complessa “sinfonia bitematica” il compositore è chiamato a elaborare strutture adeguate, ma nel frattempo gli strumenti sono cambiati e i mezzi moderni hanno aperto la strada a nuove possibilità espressive che si sono imposte prepotentemente all'artista, il quale a un dato momento non ha potuto ignorarle. I due temi che individuo in questa modesta disamina sono dunque i seguenti: (1) la malattia delle società occidentali; (2) gli esodi di massa che in certi casi lo stesso occidente ha attivato a causa della sua politica espansionistica. L'abolizione delle frontiere tra due continenti vicini geograficamente ma per altri aspetti assai lontani comporterebbe necessariamente l'avvio di un processo di sintesi e gli elementi peggiori di una o di entrambe le parti potrebbero facilmente prevalere. Della serie: “l'operazione è riuscita ma il paziente è morto”. Non lo si può certo escludere. Se il pensiero zen di John Cage era sostenuto da un'alta percentuale di buon senso, tuttavia la musica aleatoria ha finito per divorare se stessa trascinando nella bolgia anche l'iper razionalismo post-dodecafonico. In pratica, aleatorietà e determinismo (abolizione di tutti i confini e iperprotezionismo nella presente declinazione) hanno rivelato gli stessi limiti e si sono annullati a vicenda. Oggi nella cultura popolare prevale decisamente l'uso della tonalità (il sistema compositivo di Mozart, per intenderci). Anche da ciò si deduce che la gente comune ha bisogno di riferimenti certi. O, per metterla alla Battiato, di “punti di gravità” più o meno permanenti. Chiedere al popolo di appoggiare i piedi su un terreno instabile dove solo individui particolari e particolarmente abili possono trovare vantaggi è pura follia. Nella declinazione sportiva l'assenza di limiti o di confini porta all'indebolimento delle regole e al dilagare delle scorrettezze, con gli esiti immaginabili. Credo sia inevitabile. Forse è la natura stessa a indicarci la via maestra: il sistema solare ha bisogno del sole come l'atomo del nucleo. Allo stesso modo un popolo ha bisogno di confini e di regole chiare. Ciò non si traduce necessariamente in una chiusura a riccio. Invece l'instabilità sociale può portare al pauperismo (il pauperismo, se inteso come depauperamento, è un fenomeno economico e sociale caratterizzato dalla presenza di larghi strati di popolazione, o anche di intere aree, in condizioni di profonda miseria dovuta a fattori economici e strutturali - mancanza di capitali o di risorse - o a fattori eccezionali come guerre, calamità naturali, carestia ecc. In una diversa accezione, il termine può indicare lo stato di povertà frutto di una scelta professata, in cui vivono alcune comunità cristiane, ovvero uno stile di vita improntato a sobrietà. Da Wikipedia).

 

                                                     Davide Crociati​

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