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                                                       Bellaria I.M., 18 Sett. 2019 

 

Riflessione su E. Letta, Scanzi & company

 

Il linguaggio del corpo può rivelare molte cose di una persona. Mentre su La7 Giovanni Floris intervistava Enrico Letta, l'ex Presidente del Consiglio ostentava una fierezza a dire il vero un po' "statica". Ma tra le pieghe di quel suo sguardo intinto di superbia si coglievano evidenti bagliori di fragilità. Così come ho colto una sospetta instabilità emotiva nell'astio trattenuto a fatica (a volte non trattenuto) dal giornalista Andrea Scanzi, che in collegamento con lo studio di #Cartabianca lanciava strali sudaticci contro Matteo Salvini. Destano perplessità le ammissioni dell'intellettuale aretino relative al consistente calo di arrivi sotto la gestione Salvini (ovviamente si parla di migranti), ammissioni ornate da una stizzita perplessità per la mancata, o sarebbe meglio dire parziale, attuazione del piano di espulsioni tenuto conto dei numeri promessi dal capo della Lega in campagna elettorale. Dunque sembra che il vero cruccio di Scanzi non sia dovuto al blocco degli arrivi (e al drastico calo dei morti in mare, è bene aggiungerlo) quanto ai mancati rimpatri forzati. Direi che ognuno dovrebbe prima di tutto mettersi d'accordo con la propria coscienza!

Il tutto è accaduto ieri sera in Tv, quasi in contemporanea.

Chissà, le “robuste certezze” di Letta e di Scanzi (sembra che la Toscana voglia tornare a essere centrale in questa fase tormentata), e di altri protagonisti della politica e della cultura nazionale, forse tradiscono quegli stessi dubbi interiori che non possono non assillare altri fautori (a vario titolo) della “società liquida”, in questa fase estremamente delicata nella quale si deve fare i conti col risveglio da un lungo torpore di tanti cittadini del mondo.

Per di più c'è da chiedersi come mai un ex Presidente del Consiglio della Repubblica italiana, che come è noto è anche “nipote d'arte”, abbia deciso di smantellare il suo accampamento culturale per trasferirlo oltralpe, così come fa discutere la scelta del pidiessino Sandro Gozi da Sogliano sul Rubicole (paese che conosco molto bene anche per averci lavorato), “prediletto” di Romano Prodi ed ex sottosegretario agli affari esteri del Governo Renzi, di candidarsi alle elezioni del 26 Maggio nella lista di Macron!

Tornando alla questione migranti, forse la più scottante perché rischia di incidere notevolmente anche sull'economia, come può Enrico Letta negare il ruolo attivo delle ONG nel traffico marittimo (spesso non legittimo) di esseri umani, e negare che dietro tali istituzioni private ci sia la volontà di cambiare la geopolitica anche per trarre grandi benefici economici? Al riguardo, mi limito a riportare alcuni passi di un libro che ho trovato particolarmente interessante: “L'ultimo uomo”, di Enzo Pennetta:

“(...) Per portare avanti queste battaglie però, le ONG fanno poco uso degli strumenti democratici, ma s'impegnano nelle attività di “advocacy” e di “lobbyng”, attraverso le quali mirano ad influenzare i governi costituiti ad adottare decisioni favorevoli ai propri obiettivi”. E ancora: “La tecnica di regime change viene descritta nel 1993 dallo studioso e professore di Scienze politiche dell'Università del Massachuesetts Dene Sharp, nel suo libro “La dittatura della democrazia. Come abbattere un regime. Manuale di liberazione non violenta”. I casi più recenti di regime change sembrano avere tutti uno stesso copione. Le organizzazioni non governative (Amnesty International, Ocse, ecc.) finanziate e manovrate dagli istituti finanziari occidentali (Soros Foundation, ecc.) trovano il pretesto per alimentare lo scontro (brogli elettorali in Ucraina nel 2004 oppure l'omofobia di Vladimir Putin ai giochi invernali di Sochi). Subito dopo, il compito di creare autorevolezza nel messaggio sovversivo e dividere i fronti in “buoni” e “cattivi”, spetta ai mass media, che in generale creano consenso nel blocco statunitense, delegittimando il presidente ostile di turno, e il più delle volte lo dipingono come un sanguinario dittatore. Le associazioni studentesche si mobilitano sui social network creando una rete di consenso per chiedere riforme attraverso un marketing politico sottile quanto provocatorio; si costruiscono attorno a un colore, un logo ben identificabile e slogan fortemente evocativi. (…) Gli intellettuali occidentali arrivano in soccorso dei “rivoltosi” per dare “autorevolezza morale” ai sollevamenti.”

 

                                                      b              Davide Crociati

 

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