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                                                                           Bellaria I.M., 27-07-2018

 

Piccola riflessione su democrazia e populismo

 

In campagna elettorale i rappresentanti di tutti i partiti (grandi e piccoli) dicono, strillando con veemenza, che “la gente va ascoltata”.“Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre”, diceva lo stesso Sandro Pertini (ora qualcuno dubita che queste parole siano state pronunciate dal "Presidente partigiano". Qual è la vera bufala, c'è da chiedersi? Non è affatto escluso che la frase sia effettivamente di Pertini, conoscendo il suo ben noto temperamento, e forse, allora, egli non poteva immaginare che si sarebbe arrivati alla guerra delle bufale e delle contro-fake news...). E ora? Nei talk show televisivi sentiamo dire con crescente insistenza che chi governa non dovrebbe in alcun modo lasciarsi condizionare dalla volontà popolare? La quale, a convenienza, finisce così per tarsformarsi in “atteggiamento populista”? Mettiamoci d'accordo, decidiamo se la democrazia (che etimologicamente significa “governo del popolo”) sia ancora praticabile invece di scagliare strali contro Grillo, il quale è un provocatore nato e lo conosciamo da tempo, posto che provocare non significhi necessariamente dire stupidaggini (del resto, difficilmente la storia viene scritta da personaggi miti e remissivi o che ragionano col bilancino...). Chi oggi dice che “non bisogna ascoltare il popolo” si rende conto di assumere un atteggiamento antidemocratico (salvo poi celebrare pubblicamente il valore della democrazia perché farlo, tutto sommato, conviene ancora)? Certo, nessuno mette in discussione che i rappresentanti del popolo facciano bene a mantenere una certa distanza dall'estremismo acefalo, ma come si fa a non ascoltare la maggioranza del popolo? La patologia sta forse nella distanza che si è creata tra i governi democratici (basati sulla volontà popolare) e un potere centralizzato che non lascia spazi di manovra soprattutto a chi avrebbe bisogno di ossigeno per sperare in una ripresa? Tutto sommato il paventato “piano B”, o “cigno nero” che si voglia, che nell'immaginario comune viene associato con inquietudine ammantata di improbabile speranza al faccione bonario del ministro Savona, fa pensare alla temuta “valigetta atomica” e ai relativi, famigerati codici nucleari: la bomba nucleare è bene averla, proprio per evitare che qualcun altro che ne sia dotato possa utilizzarla a tradimento e senza scrupoli. Legittima difesa internazionale, per farla breve. Inoltre, chi non conosce la metafora del topo che, costretto nell'angolo, diventa istintivamente aggressivo contro chi lo sta seriamente minacciando? Declinando in chiave politica, si dice che l'uscita dell'Italia dall'europa rappresenterebbe un grave danno anche per la Germania...

Oggi non sono pochi gli esperti che cercano di stornare l'attenzione della gente dall'europa centralista e burocratica per dirigerla verso il mercato senza volto e senz'anima della globalizzazione, contro cui, a sentir loro, non si può fare assolutamente nulla. Ma è proprio vero che un'Europa vera e unita non avrebbe gli strumenti necessari per difendere le sue componenti più fragili dai tornado finanziari?

Dubbi e contro-dubbi che costellano la mente di chi non sceglie di rinchiudersi in un limbo o di chi non è troppo impegnato nella quotidiana lotta per la sopravvivenza (ormai siamo in un mondo di precari destinati nel migliore dei casi al nomadismo lavorativo).

Di recente è stato rivolto un invito ad artisti e intellettuali (veri o sedicenti) affinché reagiscano a chiare lettere contro la presunta politica “disumana e antidemocratica” di questo governo. Forse sarebbe il caso di invitare altrettanti intellettuali e artisti a uscire dal loro limbo professionale e ideologico rischiando in prima persona. Ma per farlo dovrebbero sganciarsi dalle logiche di quello stesso “pensiero globale” che loro per primi tendono a condannare con forza (almeno in apparenza). Proprio in quanto intellettuali che si interrogano sui grattacapi del mondo a mio avviso dovrebbero liberarsi dai facili sentimentalismi e dai buonismi controproducenti e a buon mercato, che rientrano nei copioni di una società ormai dal volto cereo e in chiara via di estinzione (credo sia evidente a tutti) per analizzare i problemi con mente più lucida e razionale. Abbiamo forse dimenticato di essere figli dell'illuminismo? Stiamo attraversando una fase assai delicata, per la democrazia, in cui i numeri contano/non contano a convenienza: ciò la dice lunga sullo stato confusionale in cui versano le Istituzioni. Tuttavia, per metterla in termini medico-scientifici, dovremmo lavorare alacremente per salvaguardare i già delicati anticorpi culturali di cui si è potuto/saputo dotare il complesso e problematico occidente. Intellettuali o no, tutti dovremmo porci una domanda semplice e chiara: “cosa vogliamo essere in futuro?” In futuro le femministe più agguerrite, ma anche tutte le donne che non abbiano interesse a dichiararsi tali, sapranno accettare il burqa o più in generale la sudditanza verso gli uomini? Potremo mai accettare di far tornare le lancette dell'orologio indietro nel tempo al punto da far coincidere Stato e Chiesa, al punto da tornare a credere che la follia umana non sia di origine patologica bensì di origine diabolica? Qui forse si può ancora discutere. Potremo rinunciare a cuor leggero al nostro laicismo che tanti progressi ha fatto compiere alle società occidentali, checché se ne dica? Si potrebbe considerare “progresso” il ritorno a un passato bello, romantico e affascinante solo nella mente dei sognatori (fossero anche sognatori “di professione”, come tanti ce ne sono tra gli stessi artisti e intellettuali, veri o presunti)?.

                                               Davide Crociati

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