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                                                                                   Bellaria Igea Marina, 2 febbraio 2022

 

Note luciferine

 

Il fatto che la musica rock abbia rappresentato un vettore di trasgressione e di rifiuto della società perbenista, densa di ipocrisie e di abitudini più o meno consolidate, non deve farci perdere di vista la reale natura di un fenomeno tutt'altro che passeggero e forse meno spontaneo di quanto ai più possa apparire, un fenomeno che nel tempo ha assunto sviluppi diversi, quindi, da quelli che ci si poteva attendere solo in parte a ragion veduta. Basti pensare che già agli albori della «beatlemania» la trasgressione espressa in musica ha aperto la strada a un uso considerevole di sostanze alteranti da parte delle nuove generazioni, un fenomeno anche questo destinato a consolidarsi e ad aggravarsi nei decenni successivi. Per chi si occupa di certe questioni è abbastanza evidente che se ciò è stato possibile lo si deve alla presenza costante e attiva di un «mondo parallelo» costituito da entità visibili e invisibili (entrambe molto concrete), tra loro raccordate ad arte e unite da un pensiero gnostico che tende a scollegare le società occidentali dalla religione cattolica a rinforzo di un processo più generale di depotenziamento (e in fasi successive di liquefazione progressiva) di tutte le religioni, a favore di un opportunismo materialista che oggi ha preso corpo presentandosi come sviluppo ineluttabile ma tuttavia evidenziandosi più come tentativo luciferino di riconquistare terreno a una forma di egoismo patologico e foriero di distruzione morale, di crisi esistenziali e di disastri economici che inevitabilmente ne derivano, il tutto all'interno di uno scenario babelico e apocalittico che lascia ben poche speranze all'idea di un mondo più libero e promiscuo. Si pensi che la torbida figura di Aleister Crowely ha ispirato i Beatles e molti altri personaggi del rock. Sting compreso, il quale non ha perso occasione per autodefinirsi «thelemita», con chiaro riferimento all'abbazia fondata a Cefalù dal satanista vicino agli ambienti dei servizi segreti britannici e sostenitore di pratiche insane che includono pedofilia e sacrifici umani. E se John Lennon era il più «antireligioso» dei Beatles, altri personaggi celebri o resi celebri da un sistema che aveva tutto l'interesse a promuoverli in quanto dotati di alcune qualità e facilmente manipolabili, si sono in qualche modo ispirati agli «insegnamenti» di Aleister Crowley. Tra questi citiamo David Bowie, che attratto dal mondo dell'occulto praticava esercizi di «magia nera»; Marilyn Manson, che nella sua biografia ha esplicitamente evidenziato il suo rapporto con la Chiesa di Satana fondata da LaVey; Mick Jagger, allievo della London School of Economics (dicasi Fabian Society), bravo ragazzo amante della lettura nella vita reale e ragazzaccio indemoniato (secondo copione) sui palcoscenici mondiali, collezionista degli scritti di Crowley e autore di «Sympathy for the Devil»; Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin, anche lui collezionista di scritti croweliani; Jim Morrison, nella copertina del cui album «13» si può notare il suo gruppo riunito quasi in devozione attorno al busto del celebre satanista. In un articolo di Paolo Baroni si legge che è impossibile raccogliere tutti i complessi o le rockstar che in qualche modo hanno subito il fascino del mago nero inglese. Baroni aggiunge che «Col passare del tempo emergono sempre nuove testimonianze di insospettabili personaggi appartenenti al mondo dello spettacolo e in particolare della musica popolare che ammettono di essere rimasti ammaliati dalla figura di questo insolito santone». Tra questi è d'obbligo citare Frank Zappa, il «Genius» di tempra anarcoide che pur senza consumare droghe e dichiarandosi nemico delle mode «sarebbe stato attratto dall'occultismo e dalla magia sessuale di Crowley» (Enrica Perucchietti, «Le Origini Occulte della Musica» - Vol. I). «Ozzi Ousbourne (dei Black Sabbath) avrebbe eletto Crowley come icona del rock» (Enrica Perucchietti, «Le Origini Occulte della Musica - Vol. II). Sembra che il mago britannico manifestasse un forte interesse per i messaggi subliminali e per quelle «frasi al contrario» che poi sarebbero entrate nelle abitudini di vari gruppi rock. Ma i discepoli di Aleister Crowly sono davvero tanti e il denominatore che li accomuna sta nel ruolo che il «sistema parallelo» ha definito per loro: un ruolo di arieti dalle croci rovesciate da dirigere contro la religione cristiana e i principi etici da essa derivati. È noto che la religione rivelata, come ci ricorda Mario Arturo Iannaccone nel suo «quaderno» dedicato alla massoneria, è il contrario della luce massonica. Sempre sul «quaderno» si precisa che «lo specifico della massoneria è il “relativismo”, concezione filosofica secondo cui non esistono verità definite e non negoziabili». E la questione del relativismo apre un portone gigantesco, attraversato il quale ci si trova a ridosso del primo gradino di una scala che dovrebbe condurre alla «verità» del dio-uomo, sennonché la presunzione umana è destinata a infrangersi contro un'altra Verità: quella naturale del Dio Supremo.

Infatti, quando tutto diventa possibile in nome del relativismo non esistono più certezze, tutto si fa torbido fino a quando la vista vien meno favorendo l'opportunismo di ingombranti squali privi di ragione (quale ragione se tutto è relativo?) e muniti di denti acuminati come punte di affilati coltelli. Se tutto diventa possibile secondo i principi di Lucifero, che includono l'accettazione del male in quanto «indispensabile», il capitolo dei problemi fisici, psicologici e comportamentali causati da tanta musica rock ai danni del «gregge» diventa del tutto trascurabile e in effetti, per anni, nelle società occidentali la pratica della movida (nel frattempo il rock ha cambiato pelle e i generi derivati non si contano) è diventata sempre di più un'occasione per sballarsi e non per divertirsi, il tutto sotto gli occhi distratti o addirittura compiacenti di genitori Peter Pan e di Istituzioni corrotte dalle fondamenta fradice. Un vero trionfo per il mercato della droga, una ghiotta occasione per i governi sempre più relativisti che aspirano a «regolamentare» il mercato delle droghe cosiddette leggere facendolo proprio, soluzione proposta insistentemente da Soros e da chi come lui. Sulla questione «Soros» rischio di diventare ripetitivo (vedi alcune mie precedenti riflessioni), ma il tema centrale del nostro tempo è quel Nuovo Ordine Mondiale di cui il magnate ungherese è forse l'icona più rappresentativa. E a proposito di droghe leggere ma che possono sfociare in qualcosa di ancora più devastante, qui ci costringono a diventare cavie da laboratorio. Ci dicono di bucarci per il nostro bene, ma dove stavano questi benpensanti quando prima del covid fiumi di giovani si riversavano dentro le fognature sottoculturali dello sballo a tutti i costi uscendone spesso malconci e assottigliati nei principi morali oltre che compromessi nel fisico? Allora sarebbe forse il caso di spendere due parole su alcuni dati scientifici (a proposito di scienza che ha sempre ragione!). Da profondi studi dell'équipe medica di Bob Larson risulta che le basse frequenze (sempre abbondanti in discoteca) unite all'effetto ripetitivo del «beat» incidono in maniera non trascurabile sul liquido cerebrospinale, il quale agisce direttamente sulla ghiandola pituitaria che presiede alla secrezione degli ormoni. Il rischio che ne deriva è uno squilibrio degli organi surrenali e sessuali e un cambiamento radicale del tasso di insulina nel sangue, con conseguente discesa negli inferi della «tolleranza spropositata», ovvero della più totale disinibizione sessuale con tutte le conseguenze del caso a livello di figli indesiderati e di matrimoni/unioni troppo fragili per definirsi tali. In fondo il «sistema parallelo» non vuole distruggere le famiglie tradizionali poiché esse rappresentano la prova provata che gli «argini» sono necessari in quanto, nel caso della famiglia, favoriscono una crescita più equilibrata dei figli, ossia delle nuove generazioni? Non è una novità che la musica venga spesso utilizzata per condizionare il popolo, soprattutto nelle sue componenti più fragili (ma non solo), vedi la proposta di Goebbels di portare a 440 Hz (o vibrazioni/secondo), invece degli originali 432 Hz (gli strumenti accordati sui 432 Hz avrebbero un suono più bello e avvolgente) il La3 che rappresenta la nota di riferimento su cui vanno adeguate tutte le altre frequenze nell'ambito del temperamento equabile (suddivisione dell'ottava in 12 parti uguali). Alcuni ricercatori affermano che la scelta dei 440 Hz fu il risultato di studi commissionati dalla Fondazione Rotschild/Rockfeller (ma guarda un po'!), come ci ricorda curiosamente Antonello Cresti ne «La musica e i suoi nemici» (ed. UNO). C'è chi dice che la volontà di Goebbels di cambiare il livello di accordatura delle note fosse quella di adeguare la musica alle caratteristiche e alle esigenze del Terzo Reich rendendola «meno rilassante» e «più violenta» (si pensava di poter agire sui soldati destinati al fronte aumentandone l'aggressività. Quali sottigliezze patologiche, anche allora!). Nazismo a parte, questa è la «pistola fumante» che dimostra nei fatti come la follia umana usi ogni ...strumento per esprimersi!

Sempre stando agli studi di Bob Larson, certa musica può avere effetti fisici che non t'aspetti, come variazioni del polso e della respirazione, aumento di secrezione delle ghiandole endocrine, modificazione del metabolismo basale (numero di calorie necessarie all'organismo per svolgere le sue funzioni di base, cioè quelle che mantengono in vita: respirazione, digestione, ecc.) e di tasso di zucchero nel sangue. Dati dimostrano che l'intensità del suono (la musica rock e quella da discoteca fanno molto leva su questo parametro) è causa di un inquietante aumento di malattie cardio-vascolari e di disturbi dell'equilibrio. Un martellamento musicale prolungato e dai decibel troppo elevati può causare sfinimento, panico, indigestione, una strana narcosi e perfino narcisismo. Forse questi effetti squisiti avrebbero offerto ulteriori stimoli creativi al «fabiano» Orwell.

Non si è parlato dell'aspetto psicologico. La musica che confida sull'effetto ammaliante del «suono forte» (spesso distorto e violento), in combinazione con altri fattori quali un ritmo ripetitivo e incalzante a volte sincronizzato con accecanti luci stroboscopiche e una melodia che può «modellare» la laringe (contrazione e rilassamento a comando), può indurre reazioni emotive che vanno dalla frustrazione alla violenza incontrollabile. Eppure «molte, infinite verità hanno a che fare con il silenzio. Nella vita, nell'arte, nella religione, ma anche nel lavoro, nella comunicazione, nella scienza, insomma dove l'uomo è intervenuto con l'intelligenza il silenzio lo ha accompagnato»: questo bel passaggio è tratto dal volumetto «Silenzio» del violoncellista di livello internazionale Mario Brunello (ed. il Mulino). Ancora. Perdita dei riflessi e della concentrazione possono essere altre cause dovute a cattive abitudini legate a una pessima fruizione di certa musica. Studi fatti in America dimostrerebbero che nei casi peggiori il rock più «hardh» e spesso «trash» ha causato impulsi irresistibili di vandalismo distruttivo in un elevato numero di giovani. Non sembra di rileggere la storia del mondo occidentale degli ultimi decenni? Musica aggressiva e droga hanno fatto da corollario alle vicende umane dal secondo Novecento a oggi e i fatti di Corinaldo ci dimostrano che attorno a un certo mondo fatto di esasperazioni e volgarità, non si può affatto escludere voluto e costruito dal «sistema parallelo», la violenza è nell'ordine delle cose, a volte con conseguenze tragiche. Qui non voglio aprire l'ampio capitolo relativo al rapporto tra musica e mass media, per cui mi limiterò a citare una dichiarazione di Vanni Codeluppi, studioso dei fenomeni comunicativi presente nel mondo dei consumi, dei media e della cultura di massa, riportata in un articolo di Gerardo Bombonato di alcuni anni fa, in cui veniva trattato con chiarezza il tema del ruolo pedagogico dei media travolto dalla «dittatura» degli ascolti (oggi la situazione appare peggiorata): «La televisione italiana degli ultimi anni cerca di non far partecipare le persone, mantenendole nell'ignoranza e riservando ad esse un ruolo passivo e subordinato. E il servizio pubblico è quello che ne risente di più: ormai i programmi Rai non si distinguono da quelli commerciali. (…) La politica ha sempre cercato di utilizzare i più efficaci strumenti di comunicazione disponibili allo scopo di produrre il consenso. (…) In passato la tv svolgeva un ruolo pedagogico-culturale che oggi viene relegato ai margini». Anche da questo passaggio si evince quanto i media oggi come ieri vengano messi a disposizione di chi dietro le quinte ha tutto l'interesse a istupidire l'utenza. Ma non vorrei perdere di vista l'associazione musica rock-droga, che secondo un intellettuale come Giampiero Mughini, molto presente nei talk show televisivi, stanno tra loro in un rapporto simbiotico. Il noto opinionista arriva perfino a dire che «senza la droga non sarebbe esistito il rock». Aggiungere che questo «rapporto simbiotico» include la musica da discoteca non è sbagliato, poiché i fatti di cronaca ante Covid parlano da sé.

Il divismo esasperato delle rockstar, il feticismo sgradevole dei fans e i fatti di cronaca nera rimasti agli annali appartengono a quelli che vengono definiti dallo psichiatra e demonologo Corrado Balducci «danni di tipo comportamentale». Invece, in un suo interessante lavoro Daniel Estulin indica il 1 agosto 1981 come data d'avvio di un'operazione di lavaggio del cervello su vasta scala, promossa dal Tavistock Institute e finalizzata alla distruzione della cultura dei giovani per impiantare permanentemente un altro «cambio generazionale» nella società moderna. Si tratta del Progetto MTV, consistente in una catena televisiva che trasmetteva musica ventiquattro ore al giorno. Uno scempio! Tavistock e Scuola di Francoforte (quest'ultima di orientamento neo-marxista) prestarono molta attenzione alle tecniche di propaganda nazista. Ne nacque un progetto il cui fine era quello di programmare una cultura di massa come forma di controllo sociale estensivo, che portasse gradualmente a uno scadimento culturale dei suoi consumatori. Ne parla Adorno nel suo «Dissonanze. Introduzione alla sociologia della musica».

Ma sarebbe ingeneroso scaricare tutto il peso del relativismo massonico anticristiano sulla musica rock, sull'edonismo discotecaro e sulle iniziative del Tavistock o di entità similari: sempre Estulin ci ricorda che il compositore tedesco Richard Wagner, nei cui capolavori sono riscontrabili elementi antisemiti, tanto che Hitler non perdeva un'opera del compositore tedesco al festival di Bayreuth lui dedicato (il dittatore era amico della famiglia Wagner), fu un esaltatore del mito tedesco e una figura chiave d'un movimento marcatamente anticristiano. Vorrei evidenziare il fatto che i tre dittatori novecenteschi per «eccellenza» erano appassionati di musica classica tanto che due di essi, come risulta da testimonianze dirette, si commuovevano ascoltando certe composizioni: come si è detto Hitler amava smisuratamente Wagner e lo scimmiottava strimpellando il pianoforte, Stalin si dilettava al violoncello, nel tempo libero Mussolini era dedito al violino e spesso si faceva accompagnare dal figlio Romano, futuro jazzista che suonava a orecchio non sapendo leggere uno spartito (il padre lo rimproverava per questa sua lacuna). C'è anche chi ha voluto immaginare un ipotetico trio formato da questi tre personaggi, che hanno fatto la storia peggiore del Novecento pur tuttavia denotando una sensibilità artistica, musicale nella fattispecie.

La cultura del secolo scorso è caratterizzata da un proliferare di compositori inseriti più o meno consapevolmente in un «programma di destabilizzazione», promosso e sostenuto da mecenati spesso di sesso femminile che dietro le quinte esercitavano il loro carisma. Un programma che ha riguardato tutte le arti e che nel caso della musica ha comportato un progressivo indebolimento della tradizione a favore di una filosofia modellata sul pensiero relativista.

Insomma, secondo l'anima gnostica del mondo «al di là del bene e del male», così ben rappresentata da tanta musica e arte contemporanea, dovremmo rinunciare a fare distinzione tra ciò che l'esperienza umana ha individuato come positivo e utile in una dimensione sia sociale che individuale e ciò che, al contrario, determina la decadenza morale, spirituale ed anche fisica dell'essere. Dov'è riconoscibile il Dio cristiano se non in questa linea di demarcazione che ci impone di decidere liberamente quale sentiero imboccare?

L'azione manipolatoria che spinge in una certa direzione vuole costringere il «gregge» a rinunciare alla libera scelta imprigiondolo in una dimensione entro cui la cibernetica sostituisce Dio, per il solo fatto che il cervello umano è e sarà sempre più prevedibile (quindi manipolabile). «Nel corso degli ultimi decenni la ricerca in aree come le neuroscienze e l'economia comportamentale ha permesso agli scienziati di “hackerare” gli esseri umani fino a comprenderne in modo sempre più attendibile le modalità dei processi decisionali», scrive non a caso la bocconiana Ilaria Bifarini nel sul libro «Il Grande Reset».

Il pensiero gnostico-massonico ammette dunque il male come «necessario», ma chi decide come e quando il male sia davvero funzionale al «meno peggio» in chiave collettiva e non a beneficio di un solo gruppo di oligarchi megalomani malati di obesità finanziaria e impropriamente dotati di una giustizia a circuito chiuso, corrotta nonché auto assolutoria?

 

                                                                    Davide Crociati

 

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