Bellaria Igea Marina, 7 Agosto 2026
Neoliberismo ed etica dell’interpretazione
Verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso il filosofo Gianni Vattimo raccoglie riflessioni relative al cardine del pensiero contemporaneo, ossia all’ermeneutica (arte, teoria e tecnica dell’interpretazione, in particolare dei testi storici e dei documenti scritti), il cui fine, tra le altre cose, è quello di colmare la distanza culturale, storica o linguistica tra chi ha trasmesso un messaggio e chi lo riceve. In tale contesto ci si propone di separare le scienze dello spirito, basate sulla comprensione del senso storico, dalle scienze naturali attraverso le quali si cerca di spiegare i fenomeni. In breve, l’approccio ermeneutico si basa sulla convinzione che ogni conoscenza dipenda dal senso che diamo alle cose e dal contesto in cui ci troviamo, secondo il principio che colui che interpreta non può essere neutrale poiché reca con sé la propria storia, la propria lingua e finanche i propri pregiudizi. Nel panorama contemporaneo l’ermeneutica è diventata il linguaggio comune della cultura (koiné). Ma, se l’idea che esista una verità assiomatica è tramontata, fondare l’etica su nuovi “principi forti” porta a tradire lo stesso spirito dell’ermeneutica. Pare ovvio che quanto fin qui descritto non possa che portare al nichilismo, ossia alla caduta delle “verità oggettive”. Senonché, il relativismo relativizza anche sé stesso secondo il paradosso dell’auto-falsificazione (ipotesi che si distrugge da sola nel momento stesso in cui viene pronunciata). Tutto ciò rientra in un quadro di “sperimentazione” nel cui ambito la hibrid rappresenta forse il vero rischio, se per hybrid, in riferimento alla sfida umana alla natura, si intende anche l’integrazione di protesi intelligenti e interfacce cervello-computer che trasformano l’essere umano in un organismo cibernetico, ossia in un essere vivente che unisce parti biologiche ed elementi artificiali come dispositivi elettronici, meccanici o tecnologici. Ma per hybris si intende anche “tracotanza” (secondo l’antico concetto greco), oggi intesa soprattutto come desiderio moderno di superare i limiti biologici umani. Non a caso il legame tra hybris e transumanesimo, di cui tanto si parla, rappresenta uno dei nodi centrali del dibattito bioetico e filosofico contemporaneo. La superbia e l’eccesso di orgoglio rappresentano una delle caratteristiche del cosiddetto New World Order (NWO), espressione con la quale si intende principalmente il radicale cambiamento negli equilibri del potere globale e nelle relazioni internazionali, al netto delle “teorie del complotto” che secondo alcuni sono interpretabili come “naturale tendenza umana a trovare connessioni intenzionali anche nelle coincidenze casuali” (c’è poi da chiedersi cosa ci sia di “casuale” nella volontà di chi detiene il potere economico e politico a livello planetario di gestire il clima, di lucrare sulla salute dei popoli all’occorrenza generando malattie – la triste storia dei lager nazisti ci appartiene fino in fondo nonostante gli odierni “complottisti” – o di causare conflitti ideologici e guerre).
Dunque il legame tra ermeneutica e neoliberismo (o neoliberalismo) rappresenta una delle questioni centrali nell’ambito della filosofia politica contemporanea, la cui attenzione si concentra sul modo in cui interpretiamo la realtà nell’era del libero mercato globalizzato. Ma il neoliberismo pone e impone i suoi punti fermi che assumono il contorno di veri e propri assiomi (alla faccia dell’ermeneutica, ribadisco): (1) centralità del mercato, definito come “il miglior meccanismo per distribuire le risorse e creare ricchezza” (a quanto pare per pochi, certo non per tutti!); (2) Stato minimo (intervento pubblico in economia ridotto al minimo); (3) privatizzazioni (le aziende e i servizi pubblici devono passare in mano privata per diventare più efficienti secondo la versione ufficiale, ma in realtà anche per drenare acqua – anzi denaro – verso interessi privati); (4) deregolamentazione, quindi eliminazione di leggi e vincoli che limitano il movimento dei capitali e la concorrenza (ovviamente dei più forti, in linea con la legge dei numeri); (5) libero scambio, il cui scopo è quello di rimuovere le barriere doganali favorendo la globalizzazione dei mercati (senza fare i conti coi dazi imposti da Trump per proteggere l’industria interna USA a danno delle imprese europee, per esempio, riducendone la competitività e rivelando la vera natura dell’odierna economia mondiale); (6) homo oeconomicus, visto sostanzialmente come consumatore e imprenditore di sé stesso, come se fosse facile fare impresa oggi, cosa che comporta notevoli complessità legate a instabilità economica (visto che ci si trova in un mare di “squali” di cui non si fa che tessere gli elogi sui media, guarda caso ormai tutti di loro proprietà), burocrazia asfissiante (si ricordi che il rapporto tra mafia e burocrazia rappresenta un nodo cruciale nel condizionamento della pubblica amministrazione, tanto per capirci) e transizione ecologica. Pertanto, gli imprenditori devono navigare (in un mare di squali) affrontando costi operativi imprevedibili e normative stringenti (alla faccia della decantata deregolamentazione!). È chiaro che si tratta di puro illusionismo a favore dei più potenti in termini economici. “Oggi va accussì”, direbbe qualcuno. Oggi prevalgono superbia e furbizia in un contesto sempre più “amorale”, e la pretesa di separare le leggi del mercato dall’etica in ragione di una presunta “neutralità”, termine che sostituirei con “utilitarismo” (e sottolineo “ismo”), è una dei tratti identificativi del neoliberismo (non per fare rima). Ne derivano immancabilmente: (1) l’aumento delle disuguaglianze sociali, economiche e aggiungerei di tempo libero (quello che serve per tirare il fiato e riflettere su sé stessi e sulle cose del mondo); (2) la mercificazione di settori essenziali della vita umana come la salute, l’istruzione e i diritti in senso lato, tasti dolentissimi nell’odierna società; (3) la vulnerabilità dei sistemi finanziari di fronte a crisi sistemiche dovute proprio alla deregolamentazione del mercato (come si è visto alquanto “parziale”).
La “Scuola di Chicago”, formatati negli anni Trenta del Novecento e con cui si fa riferimento a correnti di pensiero accademico, sta un po’ alla base dell’etica dell’interpretazione, “etica” che, se da un lato ci impone di riflettere su tutto senza accogliere “verità assolute” (tranne forse quelle costruite ad hoc dai neoliberisti), dall’altra nega la soggettività, sostiene l’oscuramento dei presupposti di potere impliciti in ogni atto, porta alla cristallizzazione del significato anziché accettare la spinta trasformativa ed etica dell’ermeneutica (il che significa nascondersi dietro le belle parole, un esercizio oggi ampiamente diffuso).
Si parlava di sanità, di diritti e di…scuola. Mentre nella scuola pubblica l’approccio ermeneutico-interpretativo rischia di compromettere la trasmissione di un nucleo condiviso di fatti storici e scientifici oggettivi, equiparando le opinioni personali alle verità documentate, nella scuola privata il rischio si traduce spesso nella legittimazione di interpretazioni arbitrarie o ideologiche che assecondano la specifica linea di pensiero dell’istituto. Linea che può essere di carattere politico, pedagogico o religioso. In linea generale, l’ermeneutica privilegia la profondità dell’atto interpretativo rispetto all’estensione del sapere se con essa si intende l’accumulazione nozionistica, la quantità di informazioni immagazzinate o la vastità dei programmi da completare. Ma una didattica dispersa in mille rivoli progettuali difficilmente consente un’ampia acquisizione nozionistica intesa come solida base di conoscenze, o come vasta preparazione. L’accumulazione nozionistica, infatti, spesso criticata in ambito pedagogico moderno come mera memorizzazione mnemonica o apprendimento passivo, possiede in realtà diversi aspetti positivi fondamentali sia per lo sviluppo cognitivo che per l’efficacia dei processi di apprendimento complessi (la fastidiosa sensazione è che oggi si voglia inquadrare la società in un solco di superficialità, di leggerezza a discapito della capacità riflessiva che è destinata ad essere liquidata, quanto meno in buona parte). Il tanto vituperato nozionismo riduce drasticamente il cosiddetto “carico cognitivo” quando ci troviamo ad affrontare problemi complessi e a prendere decisioni, qualità per altro indispensabili per districarsi nel caos odierno tanto caro ai neoliberisti!
Anche nel campo delle arti l’assenza di regole condivise e l’abuso dell’atto interpretativo possono generare derive problematiche. Quando viene meno un’etica del limite, l’interpretazione rischia di trasformarsi in una forzatura arbitraria. Dissolvere l’analisi oggettiva di una musica (che pure avrà i suoi limiti), ammettendo l’assioma nichilistico secondo il quale “è bello ciò che piace”, impedisce un approccio più concreto al materiale in esame. Ma per riprendere il pensiero di un noto critico d’arte, l’Infinito di Leopardi non è una poesia di poco valore solo perché molti non la capiscono. Ciò vale per una sinfonia di Mahler, che può risultare troppo lunga e noiosa a chi di musica non sa nulla, o per un romanzo denso di contenuti storici, filosofici e psicologici se il lettore non possiede una cultura adeguata per coglierne significati e sfumature. Se ogni interpretazione vale l'altra, viene meno il valore stesso del giudizio critico e della competenza. Una interpretazione priva di rigore etico e filologico tende a giudicare le opere del passato esclusivamente attraverso la lente, le sensibilità e le categorie morali del presente (in tal caso si parla di anacronismo ideologico / presentismo). La dittatura del “tutto vale” fa scivolare nel soggettivismo estremo, della serie: “per me significa questo e basta”. Quante volte questa frase insulsa risuona nelle aule scolastiche, laddove l’opinione estemporanea e superficiale di uno studente inesperto viene equiparata al lavoro di analisi di un esperto! Come la storia insegna, un’etica dell’interpretazione fallace spalanca le porte all’uso propagandistico o censorio delle opere, che spesso vengono strumentalizzate per fini politici. La morte dell’autore esalta la libertà del lettore generando il rischio di derive narcisistiche. Il legame tra NWO e narcisismo è un tema molto discusso dalla psicologia sociale e dalla sociologia contemporanea, poiché riguarda i meccanismi con cui l’essere umano cerca di dare senso al potere (compreso quello “interpretativo”, come abbiamo visto).
Davide Crociati