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                                                 Bellaria Igea Marina, 4 Settembre 2026

 

Come eravamo, come sa(n)remo

 

Quante volte avremo detto o sentito dire che una volta era un’altra cosa…?

Ebbene, spesso la nostalgia per ciò che è stato non rappresenta un fenomeno di ordine razionale poiché non poggia sulla realtà oggettiva, quanto piuttosto su una seducente distorsione della memoria dal punto di vista sia emotivo che cognitivo. A differenza di quanto accade nella quotidianità, guardando indietro nel tempo la memoria tende a eliminare i dettagli più angoscianti, tristi, amari, tormentosi in senso lato. Al contrario, nell’ambito dello stesso “processo di trasformazione del passato” la tendenza comune è quella di lasciare inalterati i momenti più lieti, addirittura enfatizzandoli. In pratica, siamo ben disposti a ricordare la nostra giovinezza/infanzia con tutto ciò che di positivo queste fasi esistenziali comportavano, tuttavia dimenticando preoccupazioni, dolori e sofferenze di quelle età dell’oro. La si giri come si vuole, futuro e presente sono sempre carichi di responsabilità e di complessità, ragion per cui, non potendo noi fare affidamento sul futuro, il quale non è mai determinabile con assoluta certezza ed anzi è perlopiù sinonimo di precarietà e imprevedibilità (basta un imprevisto, un incidente più o meno grave e tutto può cambiare d’improvviso), cerchiamo di trovare sollievo attraverso la trasfigurazione del passato, ovviamente in chiave positiva. Quando rimpiangiamo una fase precedente della nostra esistenza in realtà rimpiangiamo la nostra giovinezza/infanzia di allora, quindi, periodi in cui il fisico era più reattivo e la mente più veloce nell’elaborare nuove informazioni. Basti pensare che durante la giovinezza (15-20 anni in particolare) il cervello registra livelli più alti di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Ogni “prima esperienza” viene vissuta con riflessi, velocità di pensiero e prontezza mentale superiori, con un’intensità chimica che decresce con l’età rendendo i ricordi di quel periodo incredibilmente vividi e piacevoli. Ecco quindi dove risiede il mito dell’età dell’oro, il quale ci porta spesso ad affermare che “si stava meglio quando si stava peggio”. Cercando informazioni su fonti varie risulta che perfino gli antichi romani e i filosofi greci (niente di meno!) si lamentavano della decadenza dei costumi rispetto ai “buoni vecchi tempi”. Tuttavia questo scritto non vuole rientrare in un’ottica di “resilienza” e il suo scopo non è quello di decantare il presente, come se nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale (ancora ai suoi albori) avessimo raggiunto la nuova età dell’oro, come affermano alcuni futurologi o certi leader del settore tecnologico, secondo i quali l’IA potrà consentire di raggiungere un (oggi a mio avviso indefinibile) benessere attraverso un progresso straordinario e illimitato. Ottimisti e futurologi sostengono che l’IA porterà enormi progressi grazie a sistemi in grado di risolvere problemi complessi in medicina e nel vastissimo campo delle scienze, in senso lato. Dirigenti d’azienda e informatici come l’ebreo Sam Altman parlano dell’avvento di un periodo di “straordinaria prosperità”. Eppure lo stesso Klaus Schwab, discusso fondatore del World Economic Forum, nel suo La quarta rivoluzione industriale (2016), in riferimento all’IA e ai suoi esiti futuri evidenzia alcune non trascurabili criticità relative a diverse dimensioni della società e dell’economia: disoccupazione e polarizzazione del mercato del lavoro (non solo per quanto riguarda i lavori manuali), crescita delle disuguaglianze economiche (un numero ristretto di individui o piattaforme monopolistiche potranno detenere i dati e le tecnologie abilitanti, e mi pare sia già così), erosione della privacy e rischi per la sicurezza (per via di un “controllo” sempre più pervasivo e strutturale in ogni ambito), crisi d’identità, dell’etica e della coesione sociale (col rischio di dover ridefinire il concetto stesso di essere umano per via della fusione tra mondo fisico, digitale e biologico), inadeguatezza dei sistemi di governance (strutture istituzionali troppo lente rispetto allo sviluppo esponenziale del cambiamento tecnologico), caratterizzerebbero la suddetta età dell’oro.

Va tuttavia aggiunto che sul piano storico, sociologico e politologico il rapporto tra i progetti di governance globale contemporanei e il passato non è di netta discontinuità, ma si configura piuttosto come un processo di evoluzione, accelerazione e adattamento di strutture nate nel Novecento. Progetti come quelli promossi dal citato World Economic Forum affondano le proprie radici intellettuali e istituzionali nell’architettura internazionale delineatasi dopo la Seconda guerra mondiale (ONU, Fondo monetario internazionale – che avrebbe la finalità di promuovere la stabilità economica e finanziaria dei 190 Paesi aderenti e che ha sede a Washington – , Banca Mondiale, alla cui base ci sarebbe la volontà di eliminare le barriere tra gli Stati allo scopo di ridurre i conflitti globali e che vede nell’interdipendenza economica – dicasi liberalizzazione dei mercati – una possibile soluzione). Senonché, tra le principali criticità (attuali e future) legate all’estrema interdipendenza economica sono da includere: (1)  la fragilità di fronte a eventi “imprevisti” come le catastrofi naturali di vario tipo; (2) le crisi geopolitiche e i blocchi logistici (relativamente allo Stretto di Hormuz si può parlare di una crisi geopolitica e logistica iniziata a fine febbraio 2026 a seguito del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, che ha di fatto paralizzato il transito marittimo in una delle rotte energetiche più importanti al mondo); (3) le pandemie (…). Va necessariamente detto che tali criticità dipendono o possono dipendere dalla volontà umana, ossia dall’operato (tutt’altro che disinteressato) delle ben note élites apolidi (o sradicate) che non si identificano con una specifica nazione, ma che operano su scala globale.

Tornando al passato e ai suoi “valori”, in tutto il Novecento industrializzato la risoluzione dei problemi sistemici (crisi economiche, transizione energetica e pandemie) è stata affidata a una “casta” di esperti, tecnocrati e grandi corporation (Microsoft, Apple, Amazon, JP Morgan – una delle principali società di servizi finanziari al mondo – e istituti cinesi come ICBC, la più grande banca del mondo per totale attivo, valore di mercato e profitti, per citarne alcuni). A quanto pare perfino Forum come quello di Davos non nascono dal nulla, poiché ereditano la funzione di “club” o think thank transnazionali storici (Bilderberg, Commissione Trilaterale e Council of Foreign Relations, che è un autorevole think thank o centro studi, laboratorio di idee e gruppo di riflessione, con sede a New York e naturalmente con un ufficio a Washington), costituiti durante la Guerra Fredda per favorire la sintesi tra interessi politici occidentali e grandi potenze economiche.

A questo punto ci tengo a fare osservare che uno dei capitoli più oscuri della storia giudiziaria e politica italiana è rappresentato dal legame tra le grandi corporation, i flussi finanziari internazionali e le inchieste condotte dall’ex giudice Carlo Palermo, famoso soprattutto per la maxi-inchiesta sui traffici internazionali di armi e droga avviata a Trento nei primi anni Ottanta. Senza dimenticare che Palermo è scampato miracolosamente alla Strage di Pizzolungo (era il 2 Aprile 1985).

Negli anni del boom economico, mentre sulle spiagge della Riviera Romagnola risuonavano le note dei tormentoni allora in voga e un senso di adrenalinica leggerezza pervadeva gli animi dei bagnanti, tra un tuffo dal trampolino oltre le scogliere e una sabbiatura, tra una partitella a calcio/pallavolo improvvisata e la nascita di nuove amicizie, vi erano già tutti i prodromi strutturali, geopolitici ed economici che avrebbero poi configurato i moderni scenari di governance globale e interdipendenza. Pare riconosciuto il fatto che il “miracolo italiano” non fu solo una fase di straordinario sviluppo industriale e di transizione dalla civiltà contadina alla modernità, ma il laboratorio in cui il Paese fu violentemente inserito nelle dinamiche del blocco occidentale, subendo le prime grandi tensioni tra sovranità nazionale e poteri transnazionali. Ma ancora tutti ballavano e cantavano al ritmo veloce di Rock ‘n Roll (arrivato naturalmente dagli USA con le chitarre elettriche), del Twist (derivato dal Rock ‘n Roll quindi anch’esso di origine statunitense), del Beat, nato a metà degli anni 60 (il rapporto tra il movimento Beat – da Beat Generation – e i Beatles è principalmente un gioco di parole linguistico e culturale, unito a una parziale condivisione dell'ansia di ribellione giovanile dell'epoca, non si esclude sapientemente pilotata delle solite élites…), ma anche del cubano Cha-cha cha e del Mambo (Voodoo Mambo del “progressista” Vinicio Capossella è un brano dal ritmo sfrenato che unisce la sonorità del ballo caraibico ai richiami esoterici e macabri del woodoo). Parallelamente a tutto ciò, avvenne l’ancoraggio geopolitico e la cessione di sovranità economica. Il boom fu infatti reso possibile dall’inserimento dell’Italia nei grandi accordi internazionali del dopoguerra (Piano Marshall, nascita della CEE nel 1957 con i trattati di Roma, adesione alla NATO,). Sul comportamento della Stay-behind, rete paramilitare clandestina coordinata in ambito NATO durante la Guerra Fredda, ufficialmente progettata per organizzare la resistenza e il sabotaggio dietro le linee in caso di un’invasione sovietica, consiglio di leggere La bestia del citato Carlo Palermo, un’opera monumentale in cui emerge il ruolo della struttura Stay-behind/Gladio che sarebbe andato ben oltre quello dichiarato (difendere il territorio italiano dall’invasione sovietica, per l’appunto), arrogandosi il diritto di esercitare un controllo di fatto sulla sovranità  territoriale italiana.

Mentre nelle spiagge e nei locali italiani si ascoltava Guarda come dondolo di Edoardo Vianello, sorseggiando un Negroni o un Dry Martini, piuttosto che un “Americano”, l’ascesa dei colossi energetici e lo scontro sulla sovranità decretarono la tragica fine di Enrico Mattei, il quale cercava di perseguire una "politica neo-mediterranea" autonoma rispetto alle grandi sorelle del petrolio (Seven Sisters, i colossi anglo-americani). Inoltre, mentre Domenico Modugno ci proiettava idealmente nel blu dipinto di blu prendeva corpo un sistema di potere economico concentrato, gestito da ristrette élites tecnocratiche e da amministratori delegati spesso legati a circoli di relazioni internazionali e a logge derivate come la ben nota P2. Dietro i 24 mila baci di Adriano Celentano il boom economico produceva un fenomeno che si potrebbe definire “mutamento antropologico radicale” (per altro descritto da Pier Paolo Pasolini, altra probabile vittima del “sistema”). La narrazione ufficiale del boom economico fu costruita attorno all'idea messianica del “progresso inarrestabile”, ma lo spostamento di milioni di persone dal Sud rurale alle fabbriche del Nord distrusse le vecchie comunità tradizionali, i legami solidali locali e le culture contadine per sostituirli con un modello di consumo omologato, urbano e individualista. Si ballava l’Hully Gully, ma già sul finire degli anni 60 prese avvio la stagione delle stragi con lo scempio di Piazza Fontana. Con tutto ciò (ed altro) l’Italia, parallelamente alle distrazioni canore, sperimentò le catene di un’economia globalizzata. Quando si dice distrazione di massa… Le teorie di Gustave Le Bon sulla psicologia delle folle (pubblicate alla fine dell'Ottocento) descrivono come gli individui, inseriti in una massa, perdano il senso critico, la razionalità e l'autonomia di giudizio, facendosi guidare da suggestioni emotive, immagini semplici, miti e figure autoritarie. “Applicare questa lente agli anni del boom economico italiano significa osservare come le trasformazioni di quel periodo non furono solo materiali, ma richiesero una radicale ingegneria psicologica e sociale per rendere i cittadini/consumatori docili rispetto al nuovo ordine capitalistico e industriale” (IA).

Così, posto che gli anni del boom economico e quelli che seguirono forse per inerzia abbiano rappresentato una vera e propria età dell’oro da rimpiangere con nostalgia, sarebbe bene non dimenticare che, parallelamente, in quel periodo “luminoso” venne allestito un gigantesco laboratorio di manipolazione di massa. Nella generale ubriacatura prese forma il mito del consumismo e il “feticismo della merce”: automobile, lavatrice, frigorifero e non ultima per importanza la televisione. Tali beni di consumo (durevoli) divennero i “totem” della modernità. L’effetto della televisione sull’opinione pubblica rappresenta un capitolo a sé. Questa mattina sentivo un interessante video di Marcello Veneziani in cui si parlava del mutamento “antropologico” del comunismo in seguito all’avvento dei mass media. Secondo il noto intellettuale “I media agiscono come un potente agente di omologazione globale. Quello che il comunismo cercava di fare con la forza e la propaganda di Stato, il capitalismo tecno-mediatico lo ha ottenuto con la seduzione dei consumi e l'intrattenimento”. Non è un paradosso?

Tornando a “quegli anni” e per rimanere in tema, la televisione divenne rapidamente il principale strumento di aggregazione e di omologazione psicologica della storia italiana. Marcata stretta dalla politica governativa, la televisione imponeva un modello culturale unico e rassicurante. Le crescenti disuguaglianze sociali e i movimenti oscuri della geopolitica passavano più facilmente sotto traccia grazie al potente anestetico quale fu, ad esempio, la trasmissione Lascia o raddoppia, che ogni sera polarizzava l’attenzione collettiva. Le masse operaie e piccolo-borghesi potevano evadere psicologicamente dalla durezza della catena di montaggio o della fatica quotidiana identificandosi nei sogni dorati proiettati sul grande schermo, in una classica dinamica di distrazione e compensazione emotiva. Le "distrazioni di massa" degli anni del boom non furono semplici passatempi innocui, ma i pilastri di una transizione antropologica: trasformare cittadini politicamente consapevoli — usciti dalla Resistenza e dalle lotte per la Costituzione — in consumatori docili, atomizzati e affascinati dai neon della modernità industriale.

                                                                                                                                                                Davide Crociati

 

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