Bellaria Igea Marina, 9 Settembre 2026
Strategie globali e crisi demografica
L’ombra del neomalthusianesimo tra economia, cultura e controllo sociale
Qualche tempo fa mi è capitato per le mani il libro “TRADITI SOTTOMESSI INVASI – l’estinzione di un popolo senza figli, senza lavoro, senza futuro” (prima e seconda edizione del 2018), in cui l’autore affronta i temi economici legandoli strettamente alla crisi demografica, ma anche alla politica sociale dell’Italia e più in generale dell’Occidente. Di questo importante Saggio di Antonio Socci, scrittore e giornalista noto anche per le sue collaborazioni con la Tv di Stato, mi è rimasto impresso il contenuto di un paragrafo intitolato “La rivoluzione (per ora) ha vinto” (seconda parte del libro). Ne cito alcuni passaggi: “…l’allarme della sovrappopolazione invece è stato usato da certi Stati per giustificare politiche disumane di sterilizzazione di massa e di aborto obbligatorio…” Poco più avanti si legge: “Gli esseri umani occupano sul pianeta un’area inferiore all’1 per cento della superficie terrestre emersa (…) secondo le stesse proiezioni fatte negli anni Ottanta dalla Banca mondiale, quando arriveremo a dieci miliardi gli esseri umani occuperanno il 2 per cento delle terre emerse e useranno un quinto della superficie terrestre per l’agricoltura”. A un certo punto viene citato un libro del 2003 di Bjørn Lomborg (ambientalista danese noto per le sue posizioni conservatrici sul problema del riscaldamento globale), in cui vengono messi decisamente all’indice gli ideologismi degli anni Settanta facendo comprendere che “(con l’evoluzione scientifica e tecnologica) le risorse naturali non solo non diminuiscono, ma si accrescono e si migliora enormemente la tutela dell’ambiente”. Continua Socci: “L’ideologia dell’allarme sovrappopolazione, che è riuscita perfino a rovesciare la storia della civiltà così da farci condannare moralmente la procreazione come irresponsabile, viene oggi rivista criticamente negli stessi organismi internazionali i quali riconoscono che quegli scenari neo malthusiani erano sbagliati”. Buono a sapersi! In una nota riportata dall’autore si dice che le più recenti opinioni non allarmistiche riguardanti gli effetti della crescita della popolazione comprendono varie posizioni, che vanno da quella secondo cui la crescita della popolazione rappresenta di per sé un fattore neutro rispetto allo sviluppo economico, a quella secondo la quale la crescita della popolazione ne è considerata come un fattore favorevole. Secondo Socci si tratta di una clamorosa ammissione, poiché la natalità non solo non porta alle tanto temute crisi economiche, e alla fame nel mondo, bensì al risultato opposto!
Premessa a parte, si ha la sensazione crescente che questo sistema oligarchico planetario stia puntando al livellamento fra individui per aumentare il proprio potere e controllo sui popoli. A tale proposito la bistrattata scuola assume un ruolo centrale, dal momento che nelle aule scolastiche l’Agenda 2030 rappresenta oggi una lente attraverso cui leggere la realtà nell’ottica del potere dominante, la cui esistenza e influenza a livello internazionale è ormai innegabile per diversi motivi, tra i quali citiamo: (1) la concentrazione estrema della ricchezza; (2) la subordinazione del potere politico a quello economico (con tutte le conseguenze immaginabili e inimmaginabili); (3) il controllo dei grandi mezzi di comunicazione (comprese ovviamente le dilaganti e sempre più invadenti piattaforme digitali); (4) il potere esorbitante di organismi tecnocratici internazionali come il FMI (Fondo Monetario Internazionale), la Banca Mondiale e quella “cabina di regia” della globalizzazione che è il World Economic Forum di Davos. In quali sedi crediamo si decida, di conseguenza, quali e come debbano essere le crisi e quali rimedi prendere per affrontarle e “risolverle” (o crearne altre, sarebbe meglio dire)?
Sembra che la scuola di oggi, in un’epoca in cui una “nuova morale” si esprime con preoccupante disinvoltura su questioni estremamente delicate come l’aborto e l’eutanasia, voglia ignorare la posizione di eminenti scienziati qual è stato il compianto Antonino Zichichi, la cui posizione era assai scettica rispetto all’origine prevalentemente antropica del riscaldamento globale, e critica rispetto ai modelli matematici della climatologia ufficiale. Sia il Premio Nobel Rubbia che Zichichi, consapevoli che la storia si ripete sotto nuove spoglie, hanno messo in guardia contro il rischio di un approccio ideologico, dogmatico e catastrofista di una politica troppo succube dei poteri economici. Viene in mente un altro premio Nobel, tale Luc Montagnier, messo alla gogna per avere espresso critiche e grande preoccupazione rispetto ai vaccini a mRNA durante la pandemia di COVID-19. Montagnier definì “un grave errore scientifico e un pericolo per la salute pubblica” la campagna di vaccinazione di massa in piena pandemia, sollevando la questione dei possibili effetti collaterali gravi a lungo termine legati alla tecnologia mRNA, come malattie neurodegenerative o aumento del rischio di tumori, oltre a possibili conseguenze sulle future generazioni. L’impressione è che qui si stia facendo una politica al contrario rispetto al paradigma nella cui ottica, se non altro, si metteva al centro la salute e il benessere di ogni singolo cittadino (quanto meno in Occidente). Se è vero che sta diventando sempre più prioritario l’interesse (vero o presunto) della collettività a discapito del singolo ci troviamo in una situazione simile a quella della Germania nazista: in base a quella folle ideologia, infatti, ogni cittadino era “sacrificabile” in nome di un presunto bene collettivo/superiore. Ma se negli anni 80 la stessa Banca mondiale non si pronunciò a favore delle teorie malthusiane, come riporta Socci nel suo libro da cui è partita questa mia riflessione, forse il problema non è di ordine demografico quanto opportunistico: stando all’etica della reciprocità (che a ben pensarci è di ordine assolutamente razionale), chi detiene un potere economico esorbitante e non ha nessuna intenzione di distribuire la ricchezza a favore del bene comune fa una scelta egoistica che può portare anche a politiche criminali. Questo è uno dei motivi per cui la religione cristiana è sotto attacco (anche dall’interno, vedi “Mafia di San Gallo”), in quanto definita “intollerante” e quindi da combattere energicamente allo scopo di liberare ogni forma di “tolleranza” dalle catene del buonsenso. Così, nell’uso di stupefacenti troppo spesso definiti “leggeri”, nelle legiferazioni su inizio/fine vita dai risvolti inquietanti, nella labilità identitaria, nella mercificazione del corpo umano, nell’abbassamento della guardia su pedofilia e pornografia, nella privatizzazione della fede (che in ultimo si traduce in un’ostilità aperta verso i valori cristiani condivisi), nella mancata difesa dei confini nazionali e nella mano morbida verso ogni forma di delinquenza, i benpensanti del potere con la P maiuscola voglio oggi indicare, in nome di un presunto progresso, alcuni capisaldi del N.W.O. (Nuovo Ordine Mondiale). Dove sta il trucco? Nel relativismo etico spacciato per apertura mentale, se è vero che un concetto troppo allargato di “tolleranza” può assurgere a dogma secondo cui non esistono verità morali oggettive ma solo “individuali” (anche i peggiori mafiosi ne hanno…). E non dimentichiamo l’indifferenza di fronte al male e all’ingiustizia (di quale giustizia si parla se vengono meno i veri principi morali, perlopiù dettati dall’umana esperienza?). Lo psicologo Gustav Gilbert, esaminando i gerarchi nazisti durante il Processo di Norimberga, arrivò a una deduzione inquietante sulla natura del male, che egli individuò principalmente nella “mancanza di empatia”. Altresì, l’inganno sta nella dittatura del politicamente corretto: sotto le spoglie della tolleranza e dell’inclusione universale si cerca di imporre un pensiero unico che ogni scuola che si rispetti dovrebbe (a mio avviso) rigettare, dal momento che blocca il pensiero critico, spegne la creatività e crea esclusione: checché se ne dica, il rischio di una deriva repressiva in nome della tolleranza è spesso dietro l’angolo. A proposito di scuola, purtroppo anche una figura come Maria Montessori, tanto celebrata poiché ritenuta “basilare” dal punto di vista pedagogico, deve fare oggi i conti con l’etica dell’interpretazione (che impone onestà intellettuale, responsabilità ed equilibrio tra autore e lettore): la celebre educatrice e Aldous Leonard Huxley (il quale considerava le sostanze psichedeliche non come semplici droghe, ma come strumenti filosofici e spirituali per superare i limiti della mente ordinaria ed esplorare la trascendenza) avevano nella Teosofia una radice culturale condivisa, in che non è tranquillizzante se si considera che il terreno di coltura del nazismo fu fortemente (anche se indirettamente) contaminato da idee teosofiche: entrambi i personaggi, di orientamento progressista, si muovevano all’interno di reti intellettuali molto aperte al misticismo e alle filosofie orientali. Vale quindi la pena spendere qualche parola sulla Teosofia. Helena Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, espose una complessa cosmologia (scienza che studia l’universo nel suo insieme, la sua origine, la sua evoluzione e le leggi che lo governano, chissà poi in virtù di quali reali conoscenze e competenze) basata sulle “razze radice” evolutive dell’umanità. Tra queste, la razza Ariana veniva collocata, rispetto alle altre, a un livello di superiorità spirituale ed evolutiva. L’interpretazione che ne fu data in ambito germanico tradusse questi concetti in senso rigidamente razziale. Il ponte diretto tra la teosofia e il proto-nazismo fu un movimento derivato conosciuto come Ariosofia, sviluppato in Austria e in Germania tra la fine dell'Ottocento e gli anni '20 da figure come Guido von List e Jörg Lanz von Liebenfels.
In riferimento a quanto detto sin qui, risulta evidente che le basi sulle quali poggiano le reali conoscenze, la buona fede e l’informazione conseguente di chi detiene il potere reale abbiano lasciato e lascino molto a desiderare, tanto da farci credere che l’essere umano, la si giri come si vuole, sia ancora a un livello evolutivo molto modesto. Riagganciandomi all’inizio di questa riflessione, l’economista Gotti Tedeschi, già presidente dello IOR sotto il papato di Benedetto XVI, nonché autore del libro “Contro il politicamente corretto” scritto a quattro mani con Enzo Pennetta, sottolinea da anni il legame che esiste tra le politiche neomalthusiane e le crisi economiche. Eppure, col generoso contributo delle Istituzioni e in particolare della scuola, l’Agenda 2030 ripropone in chiave moderna il terrore malthusiano della “scarsità” e l’essere umano (direttamente o indirettamente) viene ridefinito non come risorsa o creatore di ricchezza, bensì come “cancro del mondo” in quanto inquinatore e consumatore di risorse infinite. Vien da pensare sia questo il motivo per cui, attraverso tutti i mezzi di comunicazione grandi e piccoli, a reti unificate, si vuole far convergere l’attenzione dell’opinione pubblica sulla presunta necessità di ridurre drasticamente la popolazione mondiale (nei miei scritti non faccio che ricordare le parole testuali di Cingolani, ex Ministro draghiano della Transizione Ecologica: “il pianeta è progettato per tre miliardi di persone”). Al netto delle presunte “teorie del complotto”, chiediamoci allora quali possano essere le strategie che i fautori dell’Agenda 2030 stanno mettendo in atto al fine di perseguire un significativo depopolamento mondiale. Tra le ipotesi dettate dalla logica potremmo includere:
(1) la diffusione capillare delle droghe: l’uso di droghe riduce drasticamente la fertilità sia maschile che femminile, abbassando notevolmente le probabilità di procreazione e compromettendo gravemente la salute del feto in caso di gravidanza. Le sostanze stupefacenti alterano l'equilibrio ormonale, danneggiano le cellule riproduttive e aumentano il rischio di aborti spontanei o malformazioni;
(2) l’espansione del movimento LGBTQ+: com’è noto individui dello stesso sesso non possono procreare;
(3) la crisi economica: il legame tra crisi economica e denatalità costituisce oggi una delle fratture strutturali più evidenti nei paesi occidentali, con l'Italia che rappresenta uno dei casi più emblematici a livello globale. I dati Istat confermano una tendenza ininterrotta che ha spinto i confini del calo demografico verso nuovi minimi storici;
(4) disoccupazione diffusa, precarietà del lavoro e salari bassi: il legame tra la precarietà del lavoro e la denatalità in Italia rappresenta una delle criticità strutturali più gravi, delineando una forbice profonda tra il desiderio di genitorialità delle nuove generazioni e la concreta possibilità di realizzarlo, mentre la stagnazione dei salari rende difficile pianificare il futuro a lungo termine;
(5) la crisi abitativa: vivere in case troppo piccole o dover destinare gran parte dello stipendio all'affitto disincentiva l'ampliamento della famiglia;
(6) la penalizzazione della maternità: nel mercato del lavoro, le donne continuano a pagare il prezzo più alto in termini di rallentamento di carriera, riduzione delle ore o uscita definitiva dall'occupazione dopo la nascita di un figlio;
(7) welfare e servizi carenti: la carenza di servizi pubblici per l'infanzia (come asili nido a prezzi accessibili o con orari compatibili con il tempo pieno lavorativo) costringe spesso a scegliere tra il lavoro di entrambi i genitori o a gravare sui nonni, i quali tuttavia sono a loro volta impegnati in età lavorativa più avanzata;
(8) l’innalzamento dell’età al primo figlio: la combinazione dei fattori precedenti sposta sempre più in avanti l'età in cui si mette al mondo il primo figlio. Questo riduce la finestra temporale biologica per averne altri, aumentando il ricorso a trattamenti di fertilità o portando alla scelta definitiva di un figlio unico;
(9) cambiamento delle priorità e realizzazione personale, anche in seguito a un cambiamento culturale in parte indotto: la genitorialità non è più considerata l'unica tappa obbligatoria o il principale indicatore di realizzazione adulta. Si dà più valore ad altre dimensioni della vita: carriera, viaggi, tempo libero, sviluppo personale, ecc.;
(10) l’effetto “palla di neve” demografico: meno bambini nascono oggi, meno donne in età fertile ci saranno domani. Questo crea una contrazione demografica intrinseca che si autoalimenta;
(11) le guerre di natura geopolitica, ovvero di aggressione territoriale ma in parte anche di rivendicazione religiosa: il rapporto tra guerra e denatalità è diretto, brutale e trasforma i conflitti armati in catastrofi demografiche a lungo termine. Se la precarietà economica frena la natalità in tempo di pace, la guerra agisce come un moltiplicatore estremo di questa crisi, azzerando le condizioni minime di sopravvivenza e progettualità;
(12) la tirannia del “presente perpetuo”: la tecnologia digitale, i social media e l'economia dell'attenzione ci hanno abituato a una gratificazione istantanea. Un figlio richiede esattamente il contrario: la disponibilità a investire in un futuro a lunghissima scadenza, accettando l'incertezza, l'attesa e il logoramento quotidiano. La mente contemporanea, plasmata sulla velocità e sul controllo in tempo reale, sperimenta un rigetto profondo verso un impegno che sfugge a qualsiasi logica di efficienza e programmazione immediata;
(13) la perdita della dimensione comunitaria: storicamente, crescere i figli era un compito corale, distribuito all'interno di comunità allargate, condomini solidali o famiglie estese vicine. Oggi l'urbanizzazione e l'atomizzazione sociale hanno costretto le coppie a un isolamento domestico radicale, cioè a una famiglia mononucleare chiusa tra quattro mura. Affrontare l'infanzia senza una rete di supporto informale trasforma la genitorialità in un'esperienza di estrema solitudine e esaurimento psicologico (parental burnout), un fattore deterrente potentissimo e silenzioso;
(14) il sovraccarico cognitivo e la "scarsità di bandwidth" mentale: lo stress cronico della società contemporanea (alimentato dalla precarietà, dall'ansia da prestazione e dalla mole incessante di informazioni) consuma quella che gli psicologi chiamano bandwidth, la larghezza di banda mentale. Quando le risorse cognitive ed emotive di un individuo sono interamente assorbite dalla mera sopravvivenza quotidiana e dal mantenimento dell'equilibrio psicofisico, il cervello percepisce l'arrivo di un figlio non come un progetto vitale, ma come un sovraccarico catastrofico ingestibile. Si sperimenta una sorta di esaurimento energetico preventivo: "Non ho abbastanza risorse mentali per me stesso, figuriamoci se posso canalizzarle su un'altra vita";
(15) aggiungerei il deprezzamento della vita umana (il fenomeno affonda le radici nella percezione collettiva del valore dell'esistenza. Quando la vita umana perde centralità, dignità e protezione nelle priorità della società, fare figli cessa di essere un atto di speranza e diventa, nell'inconscio e nella realtà materiale delle persone, un azzardo o un peso ingiustificato).
Questi e altri fenomeni sono evidentemente interagenti e si alimentano l’un l’altro in una spirale che causa un effetto a catena destinato a crescere d’intensità e a peggiorare progressivamente. Ma riesce difficile credere che buona parte di essi (o nessuno escluso) non siano causati dall’uomo contro l’uomo. Riguardo all’ultimo punto, ossia il “deprezzamento della vita umana”, si potrebbe aprire un capitolo senza fine. Qui non si tratta solo di una conseguenza di crisi economiche o geopolitiche, in quando il problema trova spesso un'anticipazione sottile e profonda proprio nei linguaggi della cultura, dell'arte e della musica. Quando il mondo dell'espressione simbolica comincia a trattare l'essere umano come un dato statistico, un prodotto usa e getta o un semplice algoritmo, si innesca una svalutazione culturale che si riflette inevitabilmente sulla percezione della vita reale. “Prima delle bombe arriva la musica”, diceva qualcuno. E purtroppo non si tratta di un paradosso. Su questo tema rinvio a mie precedenti riflessioni. Mi limito a indicare quella intitolata “Il male e la sua rappresentazione”, del 09/09/2025.
Davide Crociati